giovedì 4 febbraio 2021

Cosa faresti se...

Dedico questo stupendo dialogo immaginario di Joan Baez
a tutte le donne e gli uomini di pace 
e a quelli che chiedono loro: "Dove siete? Cosa fareste se...?" 
 
 
 
 


Cosa faresti se?

di Joan Baez

Fred: Ok, quindi sei una pacifista. Cosa faresti se qualcuno stesse, diciamo, aggredendo tua nonna?
Joan: Aggredire la mia povera vecchia nonna?
Fred: Sì, sei in una stanza con tua nonna e c'è un tizio che sta per aggredirla e tu sei lì. Cosa faresti?
Joan: Urlerei "Tre urrà per la nonna!" e lascerei la stanza".
Fred: No, seriamente. Diciamo che lui ha una pistola e sta per spararle. Gli spareresti per prima?
Joan: Ho una pistola?
Fred: Sì.
Joan: No. Sono pacifista, non ho una pistola.
Fred: Beh, io dico di sì.
Joan: Va bene. Sono una buona tiratrice?
Fred: Sì.
Joan: Gli sparerei alla mano che tiene la pistola.
Fred: No, allora non sei una buona tiratrice.
Joan: Avrei paura di sparare. Potrei uccidere la nonna.


Fred: Dai, OK, guarda. Facciamo un altro esempio. Diciamo che stai guidando un camion. Sei su una strada stretta con uno strapiombo su un lato. C'è una bambina seduta in mezzo alla strada. Stai andando troppo veloce per fermarti. Cosa faresti?
Joan: Non lo so. Tu cosa faresti?
Fred: Lo sto chiedendo a te. Sei tu la pacifista.
Joan: Sì, lo so. Va bene, ho il controllo del camion?
Fred: Sì.
Joan: Che ne dici se suono il clacson così lei si toglie di mezzo?
Fred: È troppo piccola per camminare. E il clacson non funziona.
Joan: Sterzo alla sua sinistra, visto che non va da nessuna parte.
Fred: No, c'è stata una frana.
Joan: Bene, allora cercherei di guidare il camion nel precipizio e salvare la bambina.



Fred: Beh, diciamo che c'è qualcun altro nel camion con te. E poi?
Joan: Cosa c'entra la mia decisione con il mio essere pacifista?
Fred: Ci sono due di voi nel camion e solo una bambina.
Joan: Qualcuno una volta ha detto che se devi scegliere tra un male reale e un male ipotetico, prendi sempre quello reale.
Fred: Eh?
Joan: Ho detto, perché sei così ansioso di uccidere tutti i pacifisti?
Fred: Non lo sono. Voglio solo sapere cosa faresti se...
Joan: Se fossi in un camion con un amico e guidassi molto velocemente su una strada a una corsia che si avvicina a un'impasse pericolosa dove una bambina di dieci mesi è seduta in mezzo alla strada con una frana da un lato e uno strapiombo dall'altro.
Fred: Esatto.
Joan: Probabilmente schiaccerei i freni, mandando così il mio amico a fracassarsi contro il parabrezza, sbanderei nella frana, investirei la bambina, salterei giù nel precipizio e volerei verso la mia morte. Senza dubbio la casa della nonna si troverebbe in fondo al burrone e il camion si schianterebbe attraversandone il tetto ed esploderebbe nel salotto della nonna che finalmente viene aggredita per la prima, e ultima, volta.
Fred: Non hai risposto alla mia domanda. Stai solo cercando di uscirne...
Joan: In realtà sto cercando di dire un paio di cose. Una è che nessuno sa cosa farà in un momento di crisi e le domande ipotetiche ricevono risposte ipotetiche. Sto anche insinuando che hai reso impossibile per me uscire dalla situazione senza aver ucciso una o più persone. Poi dici: 'Il pacifismo è una bella idea, ma non funzionerà'. Ma non è questo che mi preoccupa.
Fred: Cosa ti dà fastidio?
Joan: Beh, potrebbe non piacerti perché non è ipotetico. È reale. E fa sembrare l'aggressione alla nonna una festa in giardino.
Fred: Che cos'è?
Joan: Sto pensando a come sottoporre le persone a un processo di addestramento in modo che scoprano i modi davvero buoni ed efficienti di uccidere. Niente di incidentale come camion e frane. Proprio il contrario, in realtà. Sai, come ringhiare e urlare, uccidere e strisciare e saltare dagli aerei. Roba davvero organizzata. Diavolo, devi essere in grado di trapassare la nonna con una baionetta.
Fred: Quella è una cosa completamente diversa.
Joan: Certo. E non vedi che è molto più difficile da guardare, perché è reale, e sta succedendo proprio ora? Guarda. Un generale infila uno spillo in una mappa. Una settimana dopo un gruppo di giovani ragazzi sta sudando in una giungla da qualche parte, sparandosi a vicenda, piangendo, pregando e perdendo il controllo del proprio intestino. Non ti sembra stupido?
Fred: Beh, stai parlando della guerra.
Joan: Sì, lo so. Non ti sembra stupido?
Fred: E invece cosa fai? Porgi l'altra guancia, suppongo.
Joan: No. Ama il tuo nemico ma affronta il suo male. Ama il tuo nemico. Non uccidere.
Fred: Sì, e guarda cosa gli è successo.
Joan: È cresciuto.
Fred: L'hanno appeso a una dannata croce, ecco cosa gli è successo. Non voglio essere appeso a una dannata croce.
Joan: Non lo farai.
Fred: Eh?
Joan: Dico che non puoi scegliere come morire. O quando. Puoi solo decidere come vivere. Ora.



mercoledì 6 gennaio 2021

Epifania di un cammino fatto insieme

In questa solennità dell'Epifania

riprendo la meditazione offerta alla mia Comunità il 6 gennaio 2018

 


Oggi celebriamo la manifestazione del Signore Gesù ai pagani, celebriamo il divenire luce di una faticosa ricerca condotta come a tentoni da coloro che sono i nostri padri. Noi, infatti, cristiani provenienti dalle genti, siamo discendenti di popoli saliti a Gerusalemme partendo dalle nostre terre, condotti dalla sapienza di Dio verso le Scritture da lui donate al suo popolo Israele, e poi da lì, da quell’alleanza di amore sigillata con quel popolo, illuminati fino a discernere in quel bambino figlio di ebrei poveri, il Messia atteso, destinato a regnare sull’universo e nei nostri cuori.

Ma i magi sono nostri padri anche per un altro motivo, ancora più importante oggi: il loro essere “un cuore solo e un’anima sola”. L’intero brano evangelico odierno ci parla di loro come di un solo corpo: la buona notizia per noi oggi è questa. Il vangelo non ci dice chi di loro ha visto per primo la stella – sappiamo bene che in ogni vicenda di sequela c’è un primo che si mette dietro al Signore – ci dice che insieme l’hanno seguita e insieme sono giunti a Gerusalemme per adorare il re dei giudei. Non sappiamo la natura di quella stella, sappiamo che è capace di indicare il cammino a una comunità di cercatori di Dio: per noi allora è segno nel cielo di quel “per ducatum Evangelii” che da sempre anima la nostra vita.

Il vangelo non ci dice nemmeno quanti fossero i magi – forse i tre che la tradizione ha fissato erano solo quelli alla partenza, quando hanno mosso i primi passi, senza sapere se altri li avrebbero seguiti – non ci dice quanti altri si sono aggiunti durante al cammino e a che punto di questo cammino; non ci dice chi li guidava – l’unico “igumeno” nominato nel brano evangelico è il discendente di David che pascerà il gregge di Dio, il buon pastore – né se c’è stata alternanza di capi-carovana; non ci dice le prove che certamente hanno attraversato, né chi ne ha portato il peso maggiore nelle varie stagioni e tappe. Il vangelo ci dice che la carovana è giunta insieme a Gerusalemme e insieme si è diretta fino a Betlemme.

Il vangelo ci parla anche del Divisore, sì, ma esterno, non interno, alla comunità dei magi: lo vediamo come leone ruggente che non solo cerca di divorare il bambino nato a Betlemme ma, prima ancora e proprio per fare questo, cerca di insinuare la divisione e il sospetto in questo gruppo di compagni di cammino di cui lui, il Divisore, non fa parte e a cui non si aggrega nemmeno per un istante.

Il vangelo ci dice anche che i magi se ne andarono via dal Divisore, ripresero la sequela della stella che continuava a precederli e che era tornata a brillare non appena essi si erano allontanati dal Divisore. Riapparizione della stella e gioia grande di vedere il bambino con sua madre sono un tutt’uno nel vangelo. E, anche qui, è insieme che i magi videro il bambino, è insieme che si prostrarono davanti a lui, insieme che lo adorarono, viaggiatori della prima ora e viaggiatori dell’ultima. Il vangelo non ci dice di chi di loro fossero i doni, né chi portò cosa in dono; ci dice che insieme aprirono gli scrigni del loro cuore e dal cuore e con il cuore offrirono l’oro, l’incenso e la mirra che erano doni di tutti, raccolti, abbelliti, incrementati dal loro aver camminato sempre insieme.

Il vangelo non ci dice chi di loro ebbe poi il sogno di non ritornare dal Divisore: forse l’hanno avuto insieme e nel cuore della notte si sono detti l’un l’altro “non ci ardeva forse il cuore nel petto” vedendo quel bambino con sua madre? Il vangelo ci dice, un’ultima volta, che è insieme che fecero anacoresi, che tornarono al loro paese, al luogo di tutti loro. L’altra via di cui parla il vangelo non è allora una via diversa dal “per ducatum evangelii” che come stella aveva guidato il cammino di quella povera comunità di cercatori. L’altra via non sconfessa il cammino percorso in tutto quel tempo. L’altra via è quella che non passa più dal Divisore, è la sola che può farci ritrovare il “nostro paese”, quello della comunione che il Signore ci ha chiamato a vivere e attraverso la quale ci condurrà alla vita piena.

Tutti insieme.



sabato 10 ottobre 2020

Memoria e ringraziamento

Sabato 10 ottobre, nello spazio antistante l'obitorio dell'Ospedale degli Infermi di Biella, si è svolta una cerimonia in ricordo di tutte le persone decedute durante la pandemia da Covid19: un'occasione per stare accanto ai loro familiari e amici e per ringraziare gli operatori della salute per lo straordinario impegno professionale e umano profuso in quei giorni. Si è voluto così riunire i lutti individuali in un momento comunitario, per mostrare che quelle persone e famiglie sono parte integrante dell'unica comunità civile. A me è stato affidato il saluto di congedo.


 

Le mie intendono essere parole non di conclusione
ma di apertura al futuro,
brevi, perché il futuro è sempre tutto da scrivere.
Oggi abbiamo fatto memoria di persone care che ci hanno lasciato senza che le potessimo abbracciare e senza che potessimo essere abbracciati da loro. 
Abbiamo voluto dire grazie a uomini e donne che si sono spesi nel prendersi cura gli altri.
Abbiamo vissuto un momento di commiato collettivo che non può certo sostituire il saluto intimo e personalissimo che ciascuno avrebbe voluto dare ai suoi cari, senza poterlo fare.
È quindi qualcosa di molto meno di quello che avremmo voluto vivere in questi mesi,
ma anche molto di più,
perché quello di oggi ha cercato di essere un saluto corale,
della cittadinanza tutta,
di esseri sociali pensanti e amanti, magari anche credenti,
di quella comunità civile che insieme formiamo.
Nel dolore e nella prova non siamo soli e non dobbiamo lasciare solo nessuno.
Avremo ancora molto bisogno di questa consapevolezza.
Siamo infatti entrati in un lungo cammino di prova e di cura:
qualunque prova e avversità possiamo incontrare, 
sta a noi percorrerlo animati dalla passione per la cura dell’altro.
Questo saluto finale, quindi, non conclude,
ma apre al futuro,
a quanto ci aspetta ora nel prenderci cura della debolezza e della fragilità della nostra umanità, di ciascuno di noi, della collettività nel suo insieme a cominciare dai più vulnerabili tra noi.
Vorremmo che questo luogo – l’obitorio, ora lugubre anche nel nome – potesse diventare un luogo permanente di memoria e di  ringraziamento, un luogo di consolazione, anche.
Magari riusciremo anche a trovargli un nome più adatto,
un nome capace di scaldare il cuore e non di raggelarlo,
un nome che evochi carezze e umanizzi la morte.
Intanto cercheremo di renderlo meno anonimo, più sereno, di abbellirlo con immagini, colori, qualche opera d’arte…
Ci prenderemo cura del verde con cui oggi lo abbiamo ornato,
delle piante che segneranno le stagioni.
Cercheremo di farlo interagire con i luoghi che – all’interno dell’ospedale – vogliono essere spazi di pace, silenzio, riflessione, preghiera:
la cappella, la stanza del silenzio…
Sarà un segno concreto, quotidiano della cura che ci prendiamo gli uni per gli altri.
Arrivederci e… continuiamo a contare gli uni sugli altri. Grazie

venerdì 17 aprile 2020

Under Care, not at War

Dopo che il mio post sulla metafora della cura anziché della guerra ha suscitato un certo interesse in Italia ed è stato persino tradotto in turco, ho pensato valesse la pena pubblicarlo anche in inglese.


We are under care, not at war
For a new metaphor for today

No, I will not resign myself. This is not a war, we are not at war.
Ever since the dominant narrative in Italy and in the world about the pandemic has assumed a war terminology — that is, immediately after the health situation in any given country changes drastically for the worse — I have been looking for a different metaphor to describe adequately what we are living and suffering and at the same time to offer elements of hope and of sense for the days ahead.
The recourse to the war metaphor has been pointed out and criticized by some commentators, but it has a fascination, an immediate reach and efficacy, so that it is not easy to stamp it out. With great interest I have read some contributions — not numerous, as far as I can see — that have appeared in the past days: the article of Daniele Cassandro (“We are at war! Coronavirus and its metaphors”) for Internazionale, the mini-inquiry of Vita.it on “The virulence of war vocabulary”, the entry by Gianluca Briguglia on his blog Il Post (“No, it’s not a war”), and the excellent work of Marino Sinibaldi on Radio 3, who has dedicated one episode of “Language hits” to this very theme and has also introduced a possible alternative metaphor: the “vocabulary of tenaciousness”. The dozens of artists, scholars, intellectuals, actors invited to choose and illustrate a significant word in this moment of history have furnished a valuable list that goes from “harmony” to “closeness”, but I cannot find there a term that might be a metaphor for the entire narrative of the reality that we are living.
Yet, as I said at the beginning, I didn’t resign myself: we are not at war!
On account of my own history, my formation, and my conditions of life, I know well the distinguishing ridge, that of the spiritual struggle and of a holy or just war, along which it is easy to lose one’s balance and fall into an interpretation of oneself, of one’s own life, and of the course of history according to a war template.
But then, if we are not at war, where are we? We are under care!

 Credit photo: Fabio Bucciarelli, NYT

Not only the sick, but our planet, all of us, are not at war, but are under care. And care includes — despite the physical distance that is asked of us at the present — every aspect of our existence, in this undetermined period of the pandemic as well as “after”, which, thanks to this very care, can begin already now, or rather, has already begun.
Now, both war and care have need of some attributes: strength (a different thing from violence), perspicacity, courage, resoluteness, also tenaciousness… But then they are sustained by very different nourishment. War has need of enemies, borders and trenches, arms and ammunition, spies, deception and lies, ruthlessness and money… Care, on the other hand, is nourished by other things: closeness, solidarity, compassion, humility, dignity, delicacy, tact, listening, authenticity, patience, perseverance…
For this reason, all of us can be real agents of this care of the other, of the planet, of ourselves with them — all, men and women of every or no belief, everyone according to his or her capacity, competence, inspiring principles, physical and psychological capabilities. Doctors in their studios and in hospitals, nurses, paramedical staff, virologists and scientists are agents of care… So are government and public functionaries, state servants, of the res publica and of the common good… So are the workers in essential services, psychologists, social assistants, persons engaged in voluntary associations… So are teachers and students, men and women of the arts and of culture… So are priests, bishops, and pastors, ministers of different cults, and catechists… So are parents and children, close friends and one’s neighbors… So are agents of care, and not only objects of care, the sick, the dying, the weak — precious and fragile goods “to be handled with care”: the poor, the homeless, the immigrants, those on the margins of society, those imprisoned, the victims of domestic violence and of wars…
An awareness of being in care, thus — and not at war — is a fundamental condition also for “after”. The future will be colored by what we have been capable of living during these most difficult days, it will be determined by our capacity of prevention and of care, beginning with care of the only planet at our disposal. If we are and will be able to be custodians of the earth, the earth itself will take care of us and will protect the indispensable condition for our life.
Wars end, even if they begin anew as soon as the necessary resources are found, but care, on the other hand, never ends. If in fact there exist diseases that (for now) can not be healed, there do not exist and never will exist persons to whom we can not offer care.
Indeed, we are not at war, we are under care! Let us take care of ourselves together.

Guido Dotti
March 29th, 2020



domenica 29 marzo 2020

Siamo in cura, non in guerra


Per una nuova metafora del nostro oggi

No, non mi rassegno. Questa non è una guerra, noi non siamo in guerra.

Da quando la narrazione predominante della situazione italiana e mondiale di fronte alla pandemia ha assunto la terminologia della guerra – cioè da subito dopo il precipitare della situazione sanitaria in un determinato paese – cerco una metafora diversa che renda giustizia di quanto stiamo vivendo e soffrendo e che offra elementi di speranza e sentieri di senso per i giorni che ci attendono.
Il ricorso alla metafora bellica è stato evidenziato e criticato da alcuni commentatori, ma ha un fascino, un’immediatezza e un’efficacia che non è facile debellare (appunto). Ho letto con estremo interesse alcuni dei contributi – non numerosi, mi pare – apparsi in questi giorni: l’articolo di Daniele Cassandro (“Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”) per Internazionale, la mini-inchiesta di Vita.it su “La viralità del linguaggio bellico”, l’intervento di Gianluca Briguglia nel suo blog su Il Post (“No, non è una guerra”) e l’ottimo lavoro di Marino Sinibaldi su Radio 3 che ha dedicato una puntata de “La lingua batte” proprio a questo tema, introducendo anche una possibile metafora alternativa: il “lessico della tenacia”. Le decine di artisti, studiosi, intellettuali, attori invitati a scegliere e illustrare una parola significativa in questo momento storico hanno fornito un preziosissimo vocabolario che spazia da “armonia” a “vicinanza”, ma fatico a trovarvi un termine che possa fungere anche da metafora per l’insieme della narrazione della realtà che ci troviamo a vivere.

Eppure, come dicevo da subito, non mi rassegno: non siamo in guerra!

Per storia personale, formazione e condizione di vita, conosco bene un crinale discriminante, quello tra lotta spirituale e guerra santa o giusta, lungo il quale è facile perdere l’equilibrio e cadere in una lettura di se stessi, delle proprie vicende e del corso della storia secondo il paradigma della guerra.

Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!


Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia – nonostante la distanza fisica che ci è attualmente richiesta – ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel “dopo” che, proprio grazie alla cura, può già iniziare ora, anzi, è già iniziato.
Ora, sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), perspicacia, coraggio, risolutezza, tenacia anche… Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere e trincee, di armi e munizioni, di spie, inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza...
Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro. Tutti, uomini e donne di ogni o di nessun credo, ciascuno per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze fisiche e d’animo. Sono artefici di cura medici di base e ospedalieri, infermieri e personale paramedico, virologi e scienziati… Sono artefici di cura i governanti, gli amministratori pubblici, i servitori dello stato, della res publica e del bene comune… Sono artefici di cura i lavoratori e le lavoratrici nei servizi essenziali, gli psicologi, chi fa assistenza sociale, chi si impegna nelle organizzazioni di volontariato... Sono artefici di cura maestre e insegnanti, docenti e discenti, uomini e donne dell’arte e della cultura… Sono artefici di cura preti, vescovi e pastori, ministri dei vari culti e catechisti… Sono artefici di cura i genitori e i figli, gli amici del cuore e i vicini di casa… Sono artefici – e non solo oggetto – di cura i malati, i morenti, i più deboli, beni preziosi e fragili da “maneggiare con cura”, appunto: i poveri, i senza fissa dimora, gli immigrati e gli emarginati, i carcerati, le vittime delle violenze domestiche e delle guerre…
Per questo la consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.
Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.

Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!
Curiamoci insieme.

giovedì 19 settembre 2019

Abuna Matta el Meskin a 100 anni dalla nascita

Il 20 settembre 2019 ricorrono i cent'anni dalla nascita di Abuna Matta el Meskin, padre spirituale del monastero copto di San Macario (Deir Abu Makar) nel deserto egiziano.
Per esprimere la mia gratitudine al Signore per avermi fatto il dono di potermi ispirare al suo magistero spirituale, ripropongo il testo del mio intervento alla giornata dedicata a
"Matta el Meskin a 10 anni dalla sua dipartita"
svoltasi ad Alessandria d'Egitto il 28 luglio 2016, su iniziativa del vescovo Anba Epiphanius, discepolo di Abuna Matta el Meskin e allora superiore di Deir Abu Makar. 

Questo testo vuole anche onorare la memoria dell'amato Anba Epiphanius, tragicamente scomparso proprio due anni dopo quella giornata di intensa spiritualità.



MATTA EL MESKIN A 10 ANNI DALLA DIPARTITA

Alexandria, Egitto, 28 luglio 2016
Intervento di fr. Guido Dotti, monaco di Bose
Desidero innanzitutto esprimere la mia profonda gratitudine al Signore per avermi fatto il dono di essere in mezzo a voi oggi. È il Signore Gesù Cristo che ci raduna oggi, uniti nell’ascolto della sua Parola e della luminosa testimonianza offerta dal suo discepolo abuna Matta el Meskin. E la mia gratitudine va anche agli organizzatori, che hanno voluto che aggiungessi la mia povera voce a quella di persone che hanno conosciuto e amato abuna Matta ben più di quanto abbia potuto farlo io.
Inizierò confessandovi confessare una verità che alcuni di voi conoscono bene: io non ho mai incontrato abuna Matta. Non l’ho incontrato durante il mio primo soggiorno di otto giorni a Deir Abu Makar nel 1985, non l’ho incontrato quando ci sono ritornato nel 1997. Non l’ho mai incontrato, eppure credo di poter dire che l’ho sempre conosciuto, da quando ho iniziato il mio cammino monastico a Bose quasi 45 anni fa. L’ho conosciuto perché ne ho letto alcuni scritti già nel 1972: ero da poco entrato come novizio nel Monastero di Bose e fr Enzo Bianchi, il priore, mi diede tra i testi da leggere un articolo di abuna Matta che aveva come titolo (in italiano) Ecumenismo o coalizione?, dicendomi: “Ecco, questo è l’ecumenismo come tentiamo di viverlo a Bose e questo è il monachesimo del deserto egiziano a cui ci ispiriamo!”.

Come emerso durante i giorni nel Convegno che il mio Monastero di Bose ha dedicato ad abuna Matta el Meskin lo scorso mese di maggio, quell’articolo – che in francese aveva il titolo Unité chrétienne – era stato anche all'origine del primo incontro tra il suo futuro discepolo Wadid e abuna Matta el Meskin a Wadi Rayyan...
Nell’ottobre del 1985 ebbi il grande dono di poter trascorrere alcuni giorni a Deir Abu Makar. Come accaduto anni prima al priore fr Enzo Bianchi, non potei incontrare abuna Matta, convinto nella sua umiltà che “solo l’incontro con il Signore resta fondamentale per ogni cristiano e per ogni monaco”. Ma lo spirito che lo animava mi giunse attraverso il vissuto dei suoi monaci – parabola vivente di cosa significa la sequela cristiana nella via monastica – e per me in particolare grazie ai dialoghi fraterni con fr. Wadid, uomo di pace e di accoglienza, capace allora come oggi di trasmettere a quanti lo accostano l’intensa ricerca della comunione nell’amore che arde in lui come ardeva nel suo padre spirituale.
Da quel primo incontro, che era stato preceduto da una visita del mio priore fr. Enzo, sia io che altri miei fratelli siamo tornati più volte a Deir Abu Makar, per confrontarci con una testimonianza monastica che ci riporta all’essenziale della nostra vocazione, per abbeverarci alle sorgenti del monachesimo cristiano e per cercare di leggere insieme ad altri fratelli nella fede “ciò che lo Spirito Santo dice alle chiese”. Non solo, l’anno successivo con la nostra casa editrice nata solo tre anni prima, decidemmo di iniziare a pubblicare in italiano alcuni scritti di abuna Matta el Meskin: l’antologia Communion of love uscita in USA ci servì da riferimento per assemblarne una con il medesimo titolo in italiano, nella quale però inserimmo altri testi, a cominciare dall’articolo sull’unità dei cristiani ricordato prima. Mi occupai della traduzione dall’inglese e dal francese (non conosco infatti l’arabo, come potete costatare voi stessi), ma traducendo mi nutrivo spiritualmente di quei testi. In particolare vorrei ricordare il capitolo dedicato a Come leggere la Bibbia che sembrava ai miei occhi ridire con le parole e l’approccio proprio dei padri del deserto quello che avevo imparato a Bose circa la lectio divina, la lettura spirituale della sacra Scrittura, grazie al libro di fr Enzo Bianchi, Pregare la parola. Due anni dopo (1988) fu la volta della traduzione e pubblicazione del fortunatissimo Consigli per la preghiera che univa due testi, usciti l’uno in francese e l’altro in inglese. Anche questo è diventato per me un libro-guida che mi ha accompagnato nel mio cammino monastico.
Come vedete, il cammino che ci ha condotto a organizzare un Convegno su abuna Matta a Bose ha origini molto lontane, ma ha iniziato a diventare progetto concreto con la visita di S.S. papa Tawadros a Bose il 16 maggio 2013 (giorno successivo alla memoria di san Pacomio nel nostro calendario liturgico), accompagnato da Anba Kyrolos di Milano e da altri Vescovi, tra cui Anba Epiphanius, discepolo e successore di Matta el Meskin alla guida di Deir Abu Makar.



Lì una profonda consonanza spirituale ha avuto il dono di potersi manifestare in sguardi, parole, scambi fraterni. Così, quando Anba Epiphanius è tornato a Bose lo scorso settembre per tenere una conferenza al nostro Convegno internazionale ortodosso dedicato alla Misericordia, è stato naturale progettare assieme a lui e con la benedizione di papa Tawadros il Convegno dedicato a Matta el Meskin. In quell’occasione Anba Epiphanius non ha solo presentato la dottrina di abuna Matta sulla misercordia, ma ha parlato a noi monaci di Bose da cuore a cuore, come un amico parla a un amico, ci ha fatto sentire fratelli e sorelle suoi e dei monaci di Deir Abu Makar, in qualche modo, anche se indegnamente, discepoli di abuna Matta.


Vorrei allora riprendere alcune parole pronunciate da fr Enzo Bianchi in occasione del già menzionato Convegno che il Monastero di Bose ha voluto dedicare a Matta el Meskin a dieci anni dal suo passaggio dalla morte alla Vita. Le riprendo perché esprimono come io non saprei fare quello che io stesso ho sperimentato e sperimento ancora ogni volta che ho la grazie di poter tornare a Deir Abu Makar e ora anche di dialogare con l’amato Anba Epiphanius.
Dagli incontri fraterni con i monaci di San Macario è sempre emersa in tutta la sua trasparenza una vita che ha come fondamento il nutrimento quotidiano della parola di Dio, unico cibo che sostiene la speranza del regno di Dio. «Quando chiesi a Matta el Meskin di insegnarmi a pregare – mi confidò una volta un monaco – l’abba mi disse di dargli la mia Bibbia. Aprì il libro, cercò l’inizio della Lettera agli Efesini, si alzò, levò gli occhi al cielo, lesse ad alta voce il primo versetto, tacque, ripeté due volte ogni parola, poi rilesse tutto daccapo. Passò al versetto seguente, alzò la voce, supplicò Dio di perdonarlo, canticchiò il versetto, la ripeté a bassa voce, alzò le mani, pianse... E fece così fino alla fine del capitolo. Si era completamente dimenticato della mia presenza accanto a lui!».
Ma la Scrittura giunge attraverso una tradizione ed è per questo che – accanto ad essa – i detti degli abba del deserto e le opere dei padri della chiesa sono per i monaci di Scete cibo quotidiano nella lettura, nello studio, nella contemplazione. Così era solito ripetere abuna Matta: «Quando leggiamo un apoftegma, a noi deve accadere questo: prima lo Spirito ci convince che la loro esperienza è vera, poi dobbiamo lottare per fare nostra questa loro esperienza, perseverando nella lotta fino alla morte, cioè pronti a morire per rimanere fedeli al comandamento che lo Spirito ci ha dato … Se il monaco, prima ancora di ricevere l’abito, è pronto a rimanere incondizionatamente fedele, fino alla morte, se non ha paura della morte, allora la sua vita monastica sarà spiritualmente riuscita. Ma se teme per il suo corpo, se rifiuta di correre rischi, allora la sua vita monastica sarà molto penosa. Peggio ancora: sarà assai difficile per lui essere trasformato dallo Spirito in un uomo nuovo».
Ma c’è un elemento che mi sento di dover aggiungere in modo molto personale. Quando vado a Deir Abu Makar, sono attirato in modo particolarissimo dalle reliquie di Giovanni Kolobos, il padre del deserto che più mi è caro e lì, nella chiesa di Anba Ischerion, chiusi gli occhi e raccolto in preghiera, mi sembra di ritrovarmi nel IV secolo, in mezzo a quegli abba che hanno trasformato la loro vita in una pagina vivente di Vangelo.
Un’esperienza analoga l’ho provata nel 2007, quando ho guidato un gruppo di 37 monachi e monache cattolici della Africa occidentale francofona in un pellegrinaggio nei monasteri copti, abbiamo avuto il dono di ascoltare una meditazione di abuna Wadid su Macario il Grande. Ebbene, ascoltandolo mentre parlava di san Macario il Grande, del suo discernimento e della sua misericordia, non avrei saputo dire se stesse parlando del grande padre del deserto e di abuna Matta: nel mio cuore non scorgevo differenze.


Per questo non mi ha sorpreso il fatto che in Italia, quando si diffuse la notizia della scomparsa di Matta el Meskin, vi fu chi parlò della morte di un “padre del deserto”. In realtà la vicenda umana e cristiana di questo monaco conclusasi nella pace dopo ottantasei anni è stata ed è la prova che il monachesimo dei padri del deserto è ancora vivissimo e fecondo. Così, grazie alla sua saldezza nella fede e all’indomita speranza nella risurrezione, abuna Matta riposa ora là dove il suo cuore ha sempre desiderato essere: nella pace di Dio.
Una pace di cui il “giardino” di San Macario è anticipazione e promessa.
Shukran شكرا








giovedì 18 aprile 2019

Ecumene 4 - Diaspora/Costantinopoli


Proseguendo la collaborazione con Luoghi dell'Infinito, supplemento mensile di Avvenire, nella puntata di aprile della rubrica Ecumene ho cercato di leggere la diaspora dei cristiani, presenti in molti paesi come piccole minoranze, come opportunità ecumenica per lo stare nel mondo come fratelli e sorelle in umanità.




“Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono della diaspora, salute!” (Gc 1,1). Questo primo versetto della Lettera di Giacomo contiene il nucleo essenziale della questione della “diaspora”, oggi particolarmente cogente nel dialogo ecumenico. Vi è innanzitutto l’origine giudaica della realtà e della categoria della diaspora, cioè della dispersione dei credenti in terre e regioni lontane dalle radici in cui affonda la fede nel Signore Dio. Dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dell’Impero Romano nel 70 d.C., gli ebrei, già presenti almeno nelle principali città del bacino mediterraneo a cominciare da Alessandria d’Egitto, si videro costretti a una diaspora che potesse garantire loro la sopravvivenza come comunità di credenti nel Dio dei padri. È a queste comunità che gli apostoli di Gesù Cristo portarono in primo luogo l’annuncio evangelico, creando così “le dodici tribù nella diaspora” (ricalcate sulle dodici tribù di Israele) a cui Giacomo rivolge le proprie cure pastorali. L’accezione negativa di dispersione dovuta a una fuga obbligata inizia ad assumere i connotati positivi di una seminagione feconda, secondo l’immagine delle spore di un fiore disseminate dal vento.
La successiva e rapida diffusione del Cristianesimo anche in territori esterni ai confini dell’Impero romano d’Oriente portò già il concilio di Calcedonia (451) ad attribuire al Patriarca di Costantinopoli la giurisdizione sui vescovi in missione in quelle che allora erano chiamate “terre dei barbari”, lasciando che un ruolo equivalente per le regioni occidentali venisse svolto dal Vescovo di Roma, patriarca d’Occidente.
Nel corso dei secoli questa cura pastorale per i fedeli ortodossi in terre al di là dei confini dell’Impero, nel frattempo scomparso, portò progressivamente alla creazione di chiese autocefale corrispondenti alle diverse aree geografiche e linguistiche, anche per sopperire alle condizioni di minor libertà di azione cui si era storicamente venuto a trovare il Patriarcato di Costantinopoli.
Tuttavia il fenomeno migratorio iniziatosi alla fine del XIX secolo ha riprodotto la situazione della “diaspora” e le relative esigenze pastorali, acuendo il problema di quale Chiesa avesse competenza – quindi diritto e responsabilità – per la cura dei fedeli emigrati appartenenti originariamente a una Chiesa ortodossa autocefala: quest’ultima oppure il Patriarcato di Costantinopoli?
Così il retto principio ecclesiologico stabilito dai primi concili ecumenici di avere un solo Vescovo in una città (fissato a Nicea) e un solo Metropolita per provincia ecclesiastica (affermato a Calcedonia) ha subito e subisce costantemente molteplici eccezioni, anche se sempre motivate dalla sollecitudine per i bisogni spirituali dei fedeli.
Al di là delle soluzioni più o meno condivise e nonostante le tensioni che suscita – anche a motivo del suo frequente intrecciarsi con ragioni socio-politiche più o meno esterne alla Chiesa stessa – la questione della diaspora cristiana mostra ancora tutta la sua potenzialità ecumenica: la “dispersione” dei cristiani in mezzo ai loro fratelli e sorelle in umanità saprà dare vita a Chiese locali dal respiro autenticamente universale e capaci di testimoniare – al di là delle differenze di lingua e cultura – quell’unità voluta da Cristo per i suoi discepoli?