mercoledì 30 giugno 2021

Il razzismo che ci riguarda

 A margine della discussione sull'inginocchiarsi o meno da parte dei giocatori della nazionale italiana di calcio in segno di solidarietà con il movimento Black Lives Matter pubblico un mio intervento a un seminario sul Razzismo, svoltosi in Giappone nel settembre 2019 nell'ambito del Pellegrinaggio di Giustizia e Pace del Consiglio Ecumenico delle Chiese. 

Il testo inglese è stato pubblicato in The Ecumenical Review 2019-12

 


 

RAZZISMO, XENOFOBIA E MIGRAZIONI

IN ITALIA, PAESE POST-CATTOLICO

Fr. Guido Dotti, Monastero di Bose , Italia


Terra e spaesamento

“Essere istruite”, così rispondeva una adolescente di un campo di rifugiati interni nello stato del Kachin in Myanmar a una domanda del nostro Pilgrim Team su quale fosse “la vita migliore” che lei e le sue compagne si auguravano per il proprio futuro. E aggiungeva: “Io, per esempio, vorrei diventare musicista e poi… membro del Parlamento, così da poter restituire la terra al nostro popolo che vi potrà vivere coltivandola”. Come le sue amiche, aveva al massimo quattordici anni e ne aveva trascorsi già sette in quel campo distante solo alcune decine di chilometri dal villaggio natale. La determinazione e la speranza di quelle ragazze – e di altri coetanei incontrati nei vari campi visitati – sono stati per me e sono tuttora una chiave di rilettura decisiva degli eventi che da decenni e in particolare in questo ultimo anno attraversano il mio paese, l’Italia: un paese di antica tradizione cristiana e cattolica ormai smarrita come identità collettiva, una nazione che dalla sua nascita come stato unitario (1861) è caratterizzata dalla migrazione – esterna e interna – di milioni di suoi cittadini e ora, da alcuni decenni, anche dall’immigrazione di persone provenienti dall’Est e dal Sud, dalle terre al di là delle Alpi e del Mediterraneo.

“Terra e spaesamento” sono perciò due ambiti che ben riassumono alcuni tratti essenziali dell’identità italiana e quindi due lenti attraverso le quali esaminare oggi il fenomeno del razzismo in un paese che, come vedremo, potremmo definire “post-cattolico”. Legame con la terra, cultura contadina da un lato e, dall’altro, necessità di emigrare, desiderio di essere accolti e fatica nell’accogliere: sono caratteristiche che accomunano gli italiani a molte delle popolazioni visitate nel corso del Pellegrinaggio di Giustizia e Pace del Consiglio ecumenico delle Chiese, ben al di là delle evidenti differenze di cultura, etnia, religione.


Un paese etnicamente e culturalmente omogeneo?

Anche le vicende della mia famiglia e la mia personale trovano risonanze particolari nelle tematiche legate alla terra, all’emigrazione e al razzismo. Una mia nonna nacque in Argentina alla fine del XIX secolo da immigrati italiani, mentre i due miei nonni e mio padre da giovani hanno lavorato per alcuni anni in altri paesi europei. A mia volta, dopo aver avuto compagni di classe ebrei alle scuole medie e superiori, ho vissuto come giovane novizio e studente in Svizzera durante gli anni della campagna xenofoba in occasione del secondo referendum popolare contro gli stranieri (ottobre 1974), mentre da alcuni anni mi occupo in prima persona dell’accoglienza e dell’inserimento in Italia di alcuni immigrati e richiedenti asilo provenienti dall’Africa sub-sahariana, accolti dalla comunità monastica di cui sono membro dal 1972. Tra i fratelli e le sorelle del mio monastero – di sei diverse nazionalità e di svariate regioni italiane – una è cittadina statunitense di origine ucraina, mentre un fratello appartiene agli “italiani di seconda generazione”, essendo nato in Italia da genitori dello Sri Lanka. Un insieme di circostanze, comunque, per nulla rare oggi in un paese che invece all’estero si è soliti considerare essenzialmente uniforme dal punto di vista etnico.

Del resto, sulla presunta secolare o addirittura millenaria omogeneità etnica degli abitanti della penisola italica ci sarebbe molto da dire, a cominciare almeno dal mitico sbarco di Enea e dei troiani sopravvissuti alla distruzione della loro città, giunti ai lidi italiani dopo essere stati prima respinti1 e poi soccorsi2 dalla regina Didone a Cartagine, come epicamente racconta Virgilio in brani di tragica attualità dell’Eneide. Da allora i Romani si intrecceranno con i vinti Etruschi, l’impero si arricchirà culturalmente della saggezza dello spagnolo Seneca come del dalmata Gerolamo, prima di cedere il potere ai “barbari” Visigoti, mentre al sud della penisola, in Sicilia e sulle coste adriatiche si succederanno nei secoli Bizantini, Saraceni, Arabi, Normanni… In Sardegna orientale sarà la volta dei Catalani, che lasceranno in eredità la lingua, ancora dominante nell’odierno dialetto. Al nord Celti, Longobardi e Franchi si intrecceranno con le variegate popolazioni locali, dando origine a inevitabili meticciati, mentre quasi ogni secolo porterà lungo tutta la penisola una varietà di popolazioni con usi, costumi, lingue ed etnie diverse – Unni, Lanzichenecchi, poi Spagnoli, Francesi, Svevi… – tutte portatrici di fecondi intrecci non solo culturali.

Anche la lingua di Dante dovrà attendere la seconda metà del XX secolo prima di diventare – grazie alla scuola pubblica obbligatoria, al servizio militare universale e, soprattutto, alla diffusione della radio e della televisione – la lingua realmente nazionale, finendo per prevalere sui dialetti locali anche nelle classi sociali più povere. Senza dimenticare che minoranze linguistiche – francofone, allemanofone, occitane, albanesi, slovene… – permangono, più o meno garantite, in alcune aree del paese.


Il sorgere del problema razziale

È tuttavia con l’inizio del XX secolo che i fattori legati all’esigenza di avere nuove terre da coltivare e alla necessità di emigrare avranno pesanti ricadute nel sorgere di pregiudizi razziali e di pulsioni razziste. Fino ad allora le migrazioni nelle Americhe – iniziate già nel XIX secolo, poco dopo l’unità d’Italia – e in parte anche quelle stagionali nei paesi europei limitrofi avvenivano per blocchi omogenei di conterranei che mantenevano legami molto stretti tra loro anche nei paesi di arrivo: gli italiani all’estero, come tutti gli immigrati, erano il più sovente vittime di atteggiamenti razzisti da parte delle popolazioni locali, anche e soprattutto a causa della lotta concorrenziale per le esigenze vitali: la terra, la casa, il lavoro.

Ma con le mire coloniali italiane in Eritrea e Somalia – iniziate già negli ultimi decenni del XIX secolo – e soprattutto con l’espansione degli interessi italiani in Libia e la conseguente guerra italo-turca (1911-1912) che porterà alla conquista militare di quel paese, le problematiche legate ai rapporti stabili con le popolazioni arabe locali assumono caratteri sempre più marcati di contrapposizioni razziali. Sarà però l’avvento del fascismo (1922), la successiva invasione e occupazione dell’Etiopia (1928-1936), la nascita dell’Africa Orientale Italiana (AOI) – comprendente anche la Somalia – e la conseguente proclamazione dell’Impero italiano (1936) a trasformare le questioni razziali in manifesto razzismo. In questo frangente cruciale si rivelò determinante il mutato atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti del regime fascista, in conseguenza della firma dei Patti Lateranensi e del Concordato (1929) tra la Santa Sede e lo Stato italiano, che sigillavano il pieno riconoscimento del Regno d’Italia da parte della Santa Sede e la fine del divieto per i cattolici di prendere parte alla vita politica del paese (in vigore fino al 1919), proclamando al contempo il cattolicesimo come “religione di Stato”.


Dal “Manifesto della razza” alle Leggi razziali

“Il primo provvedimento in materia razziale in Italia fu promulgato dal governo Mussolini nell’aprile del 1937: esso vietava, comminando pesanti pene detentive, ai cittadini italiani di ‘tenere relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana’”3. Timore, quindi, di imbastardire la “razza” italiana e preoccupazione di non favorire quella “assimilazione” perseguita invece nei medesimi anni da Francia e Inghilterra e considerata una minaccia alla purezza della razza bianca. In quest’ottica le stesse autorità cattoliche – in particolare i missionari presenti nelle colonie – collaborarono attivamente nel dissuadere i cattolici dal contrarre matrimoni “misti” – definiti “ibridi unioni” – contaminando la pretesa “purezza della razza” che si iniziava a propagandare con l’apporto di nozioni eugenetiche di ben dubbia scientificità.

Fu così che il 15 luglio 1938 il Giornale d’Italia pubblicò con l’eloquente titolo “Il fascismo e i problemi della razza” un Manifesto frutto del lavoro di un gruppo anonimo di studiosi e docenti fascisti. L’obiettivo apparente era quello di fornire una giustificazione culturale alle disposizioni previste per affrontare la cosiddetta “questione coloniale”. Rileggere oggi anche solo gli incipit dei dieci punti del Manifesto suscita brividi ed evidenzia come non avrebbero potuto tardare le successive leggi razziali contro gli ebrei: “1. Le razze umane esistono; 2. Esistono grandi razze e piccole razze; 3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico; 4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà è ariana; 5. È leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici; 6. Esiste ormai una ‘pura razza italiana’; 7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti; 8. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte, gli Orientali e gli Africani dall’altra; 9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana; 10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo”4.

Si può forse discutere sul fatto che simili affermazioni avessero o meno a che fare con le conoscenze scientifiche dell’epoca, quello che invece è certo è che non avessero – né allora né mai – alcun fondamento nel dettato evangelico. Per quanto concerne l’aspetto principale di questa nostra riflessione – il rapporto tra razzismo e cattolicesimo italiano – è allora amaro il dover constatare come le scarse preoccupazioni della gerarchia cattolica si limitassero da un lato a minimizzare le ricadute di simili affermazioni sull’esigua minoranza ebraica in Italia e, d’altro lato, a sottolineare le differenze tra “razzismo vero e proprio” (quello del nazismo tedesco, pagano e idolatrico) e la “politica razziale” italiana, tesa al miglioramento della razza umana. In questo quadro generale che accomuna diplomazia vaticana ed episcopato italiano, va tuttavia sottolineato l’atteggiamento molto più preoccupato di papa Pio XI che “assunse una posizione di critica aperta nei confronti della nuova politica razziale inaugurata dal regime”5, al punto da provocare malumori e imbarazzo in alcuni prelati maggiormente in sintonia con gli ambienti governativi.

Considerato l’atteggiamento dialogante o quanto meno interlocutorio della gerarchia cattolica, non sorprende allora il silenzio e l’acquiescenza della stessa al momento dell’emanazione delle tristemente famose “Leggi razziali”6, di cui è sufficiente leggere il paragrafo iniziale dell’art. 1 e gli artt. 2 e 3 per cogliere l’insanabile frattura tra ideologia fascista e dettato evangelico o, più semplicemente, morale cattolica7. Da quella tragica data il rifiuto esplicito del razzismo da parte della Chiesa cattolica in Italia sarà patrimonio di una minoranza di ecclesiastici e di laici cattolici, pronti – a volte anche a prezzo della vita – a testimoniare il rifiuto di disposizioni così palesemente antievangeliche e disumane e a prodigarsi nell’aiutare i propri concittadini di fede ebraica.

La notte dell’umanità che l’Italia, l’Europa e il mondo intero conosceranno negli anni del secondo conflitto mondiale avrà avuto come prodromi proprio la mancata risoluta opposizione e condanna di quelle parole avvelenate da razzismo e antisemitismo.


Le migrazioni interne e il razzismo di casa nostra

Il regime fascista aveva cercato di mettere un freno all’emigrazione oltreoceano, cercando al contrario di richiamare in patria o nelle colonie gli italiani emigrati nelle Americhe. In quest’ottica venne avviata una politica agraria volta a ridurre la dipendenza dall’estero per i prodotti agricoli recuperando terre agricole incolte e riducendo i grandi latifondi. Un ruolo particolare lo assunse la bonifica dell’Agro Pontino in Lazio, avviata nel 1928 e potenziata nel 1931, reclutando manodopera tra le popolazioni più povere del Nord Italia – segnatamente dal Veneto – che si trovava a lavorare in condizioni di estrema insalubrità: così la possibilità di poter vivere della coltivazione di appezzamento di terra si accompagnò a un radicale spaesamento e a un tasso di mortalità assai elevato. Fu la prima grande migrazione interna al paese e riguardò essenzialmente il mondo rurale.

Un simile accostamento tra disponibilità di terra coltivabile e allontanamento dal paese di origine avverrà per tutt’altri motivi nel 1953: l’alluvione del Polesine obbligherà masse di contadini di quella zona a spostarsi in altre regioni del Nord a spiccata vocazione agricola.

Ma nel frattempo la tragedia della II guerra mondiale, la caduta del regime fascista, il referendum popolare che portò alla fine della monarchia e alla nascita della Repubblica italiana segnarono anche una svolta decisiva nell’atteggiamento verso il razzismo esplicito. La Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, così afferma nei suoi “principi fondamentali” non emendabili: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3), anticipando quanto verrà sancito anche dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del dicembre dello stesso anno.

La rinascita post-bellica e la ricostruzione di un paese stremato vedrà anche il progressivo e rapido passaggio da un’economia prevalentemente agricola a una sempre più industrializzata. Questo comporterà una nuova massiccia ondata migratoria sia all’estero sia interna, dal sud al nord del paese. Così i lavoratori italiani emigrati oltre confine – principalmente in Europa: Belgio, Germania, Francia, Svizzera… – e impiegati soprattutto nei settori minerari, delle costruzioni, della ristorazione, ma anche nell’agricoltura stagionale, conosceranno pregiudizi xenofobi e razziali da parte delle popolazioni locali e anche discriminazioni di tipo legale e amministrativo. Pregiudizi e ostilità che affliggeranno anche gli emigrati interni, specie quelli provenienti da sud, chiamati a lavorare nelle grandi fabbriche del Nord Italia: difficoltà a trovare alloggi in affitto, stereotipi e generalizzazioni circa abitudini malavitose, intolleranza verso usi e costumi tradizionali…


Xenofobia e razzismo

Ci vorranno decenni di difficile integrazione, ma – grazie sopratutto alla solidarietà operaia nelle fabbriche, alla liberalizzazione dell’accesso a tutte le facoltà universitarie anche per gli studenti provenienti dalle scuole tecniche, il progressivo intrecciarsi delle “seconde generazioni” di immigrati dal Sud Italia anche attraverso matrimoni e nuove famiglie “miste” – gli aspetti più macroscopici della “xenofobia”, cioè la paura del diverso, si attenueranno sempre più.

In questo percorso virtuoso anche il già ricordato affermarsi dell’italiano come lingua conosciuta e usata da tutti contribuirà a una maggiore coesione sociale. Né va dimenticato il ruolo della chiesa cattolica in pieno fervore di aggiornamento post-conciliare e il suo prodigarsi a livello parrocchiale locale per realizzare nella quotidianità una piena fraternità tra tutti i suoi membri.

Da almeno due decenni, tuttavia, questo arretramento dei pregiudizi e delle ostilità xenofobe e razziste si è arenato e la società italiana ha conosciuto e conosce ogni giorno di più una recrudescenza dei peggiori sentimenti di paura e di odio verso chi può essere considerato “altro”. La scomparsa della “cortina di ferro”, simboleggiata dal crollo del muro di Berlino e il conseguente affluire anche in Italia di un considerevole numero di nuovi immigrati dai paesi dell’est – in particolare dall’Albania e dalla Romania – hanno ben presto riprodotto i peggiori stereotipi cripto-razzisti: i media e l’opinione pubblica si influenzano a vicenda nell’additare (a torto o a ragione) gli stranieri come protagonisti sia della micro-criminalità che dei più efferati delitti. Le accuse, sovente infondate e comunque esagerate, che negli anni cinquanta e sessanta venivano attribuite ai “meridionali”, ora vengono imputate genericamente agli stranieri provenienti dall’est Europa.

Eppure, ci ricorda l’ex-senatore Luigi Manconi, “I dati che ci consegnano le scienze sociali ed economiche sono inequivocabili: le fasi iniziali dei flussi migratori, in assenza di adeguate politiche di regolarizzazione e inclusione, producono ovunque un incremento dei crimini: ed è altrettanto vero che l'immigrazione albanese e quella romena in Italia, dopo i primi anni di assestamento, ha visto ridursi i relativi tassi di criminalità”8.

Ma prima ancora che questa xenofobia diffusa potesse essere ricondotta a dati più oggettivi di malessere sociale, l’arrivo di profughi, richiedenti asilo e migranti economici partiti dalle sponde meridionali del Mediterraneo – ma provenienti in realtà dal Medio Oriente devastato dalle guerre o dall’Africa sub-sahariana vittima di carestie o di spogliazione delle sue risorse naturali ad opera delle multinazionali occidentali – provoca uno spostamento massiccio dei sentimenti xenofobi e razzisti verso i nord-africani e i ‘neri’. A nulla valgono i richiami ai numeri oggettivi e alla possibilità e necessità di regolare i flussi migratori: la crisi finanziaria mondiale offre il pretesto ideale per dirottare la paura e l’ansia della popolazione autoctona in maggiore difficoltà economica contro i più poveri, come se l’aver identificato degli “ultimi” cui addossare ogni colpa rendesse meno precaria e più sopportabile la condizione dei “penultimi”.

Con ragione Luigi Manconi nell’articolo già citato osservava che “la xenofobia – che è cosa assai diversa dal razzismo e che significa ciò che dice alla lettera, ovvero paura del diverso e dello sconosciuto – si diffonde e riguarda tutti noi. Anche coloro che si dichiarano fieramente anti-razzisti. Ed è proprio la xenofobia, che non è destinata necessariamente a tradursi in aggressività razzista, a dettare o comunque condizionare i nostri comportamenti e, ancor prima, i nostri pensieri in presenza di un evento traumatico”9. Ma senza una vigilanza sull’insorgere della xenofobia, senza una gestione del fenomeno migratorio, la strada verso il razzismo è spianata.

Terra, spaesamento e migrazioni: lo “ius soli”

Caso emblematico del rapporto tra legame con la terra, spaesamento dovuto all’emigrazione e razzismo è l’acceso dibattito sullo ius soli che ha attraversato l’opinione pubblica e le forze politiche italiana nella passata legislatura.

Come in altri paesi storicamente segnati dall’emigrazione, ancora oggi si diventa cittadini italiani in virtù dello ius sanguinis: un bambino è italiano fin dalla nascita se uno dei due genitori è italiano, in qualunque paese venga al mondo. Strumento un tempo necessario per garantire cittadinanza certa ai nostri emigrati indipendentemente dal paese di approdo e per mantenerli legati alla patria nell’eventualità di un ritorno in Italia. Così ancora oggi ci sono nel mondo milioni di italiani (molti dei quali con doppia cittadinanza) che non hanno mai vissuto in Italia, che non ne conoscono né la lingua, né la storia, né le leggi.

Ben diversa normalmente la legislazione di stati nati e cresciuti grazie all’immigrazione – come gli U.S.A. - che, per motivi speculari a quelli ricordati prima, accordano la cittadinanza in base allo ius soli: chiunque nasca in quella nazione ne è automaticamente cittadino.

Ora, come già accaduto in altri paesi che hanno conosciuto importanti flussi di immigrazione nella seconda metà del XX secolo, anche in Italia si è prospettata la possibilità di concedere la cittadinanza in base a uno ius soli temperato: i figli di immigrati stabilmente in Italia da almeno cinque anni – nati in Italia o arrivati in tenera età – avrebbero acquisito la cittadinanza italiana al termine del ciclo scolastico elementare (verso gli 11 anni), anziché attendere la maggiore età (18 anni) per avviare un lungo e complicato iter burocratico. Lo ius soli avrebbe consentito non solo simbolicamente all’immigrato di avere una nuova “terra” dopo lo spaesamento dalla propria.

Il progetto di legge fu approvato dalla Camera dei Deputati, ma in occasione della votazione finale in Senato (2017) il dibattito si infiammò a tal punto – dentro e soprattutto fuori dal Parlamento – che la legge non venne più messa ai voti e quindi non fu approvata prima della fine della legislatura. Così circa 800.000 bambini, ragazzi e adolescenti perfettamente integrati, che parlano solo italiano, che vivono, giocano, studiano con i loro coetanei italiani continuano a non essere cittadini del loro paese e a non godere degli stessi diritti dei loro compagni di tutti i giorni.

I toni della discussione si rivelarono ben presto accesissimi e sovente marcatamente razzisti, così che lo strumento giuridico dello ius sanguinis si è rapidamente trasformato da salvaguardia per un popolo di migranti a incentivo per un imbarbarimento razziale se non addirittura tribale.


Un paese ancora cattolico?

In questa occasione è emerso in modo evidente un fenomeno avviatosi da alcuni decenni: il venir meno del connotato marcatamente cattolico della popolazione italiana. Alcuni dati statistici sembrerebbero indicare la tenuta di questo tessuto connettivo tradizionale: la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, così come le indicazioni per devolvere a favore della Chiesa cattolica una percentuale dell’imposta sui redditi restano ancora largamente maggioritarie, forse anche a motivo di mancanza di alternative convincenti. D’altro canto però il numero dei praticanti regolari, dei matrimoni religiosi, dei battesimi, delle vocazioni al presbiterato e alla vita religiosa ha conosciuto un crollo assai vistoso.

Ma ancor più preoccupante è il progressivo abbandono del riferimento alla Chiesa e alla dottrina sociale cattolica nella vita e nelle scelte quotidiane. I laici cattolici presenti in politica, principalmente attraverso il partito della Democrazia cristiana – determinanti non solo nella rinascita post-bellica e nella stesura della Costituzione della Repubblica italiana, ma anche nel governo del paese e nel riflessione culturale per oltre cinquant’anni – sono stati afflitti da una progressiva afonia, favorita anche da due decenni in cui i vertici della gerarchia cattolica italiana hanno privilegiato interventi diretti e costanti nel dibattito politico. Analogamente il focalizzarsi in battaglie pubbliche su alcuni “valori non negoziabili”, importanti ma non esaustivi in quanto limitati a questioni relative alla nascita, alla morte e alla sessualità, è andato a detrimento di una sollecitudine per l’insieme dei bisogni degli abitanti del paese – italiani e stranieri – e di un approccio non individualista ma solidale alle problematiche sociali. Così la carità operosa e intelligente, il fattivo prodigarsi per i poveri e gli ultimi è stato delegato alla Caritas, all’associazionismo del volontariato, a gruppi marginali all’interno delle parrocchie e a comunità religiose profetiche: la generosità quotidiana di tanti cattolici pronti a collaborare con uomini e donne “di buona volontà” di diversa o nessuna appartenenza religiosa è diventata agli occhi della maggioranza della popolazione, anche di matrice cattolica, una manifestazione di fissazione o sensibilità personale. Si è addirittura coniato il termine spregiativo di “buonismo”, una sorta di bontà smodata e fuori luogo, quasi che l’amore del prossimo fosse una degenerazione di cui diffidare.

E tutto questo a partire proprio dalle aree del paese storicamente segnate da un più diffuso cattolicesimo popolare, quelle che probabilmente hanno indotto molti degli stessi pastori a mancare di lungimiranza, ritenendo erroneamente che lo “zoccolo duro” della cultura cattolica avrebbe comunque resistito alle tentazioni della mondanità sempre più diffusa e alla rarefazione dell’annuncio radicale delle esigenze evangeliche.

I cattolici identitari e le esigenze del Vangelo

Così oggi il fenomeno dell’immigrazione ha messo in evidenza una dicotomia sempre più marcata nel mondo cattolico e nella società italiana, una contrapposizione quotidiana tra quelli che Enzo Bianchi definisce “i cristiani del campanile” e “i cristiani del Vangelo”10. Potremmo chiamarli anche “cattolici della facciata” identitaria e “cristiani della sequela”.

I primi paiono tesi a ostentare un attaccamento alle apparenze di una cultura identitaria cattolica e incuranti della totale incoerenza dei loro comportamenti rispetto al dettato evangelico: si conformano alla mentalità mondana strumentalizzando simboli religiosi ridotti a feticci. Emblematico in questo senso il segretario di un partito politico che fino a pochi anni fa inneggiava a mitologiche divinità fluviali, mostrava disprezzo per le popolazioni del meridione e propugnava la secessione del Nord Italia. Nei recenti comizi elettorali per il Parlamento italiano prima e quello europeo poi, quest’uomo politico ha usato sistematicamente una copia del Vangelo e una corona del rosario per rivendicare un’identità cattolica, incurante del fatto che al contempo i suoi sostenitori dileggiassero apertamente papa Francesco e i vescovi della Chiesa italiana, disattendendone i richiami evangelici e gli orientamenti pastorali. Divenuto poi ministro nel governo nazionale ha sistematicamente contrastato ogni pratica di accoglienza dei profughi e dei richiedenti asilo e ha orchestrato attraverso i social media vere e proprie campagne di odio contro gli stranieri e chi si prende cura di loro, fino a far approvare una legge – per la cui votazione favorevole ha persino ringraziato l’intercessione della Vergine Maria – che criminalizza chi presta soccorso ai naufraghi e limita pesantemente la libertà di manifestazione del dissenso.

Sono così aumentati esponenzialmente gli episodi di intolleranza xenofoba e le violenze di chiara impronta fascista e razzista ad opera sì di frange minoritarie e di “cani sciolti”, che tuttavia sentono di poter godere della comprensione e del supporto di una fetta consistente della popolazione italiana. Perfino alcuni amministratori pubblici locali hanno attuato disposizioni discriminatorie nei confronti dei non italiani, palesemente in contrasto non solo con l’etica cristiana ma anche con il dettato costituzionale. Molti ‘cattolici della facciata’ condividono queste scelte ed esternano la loro intolleranza apertamente o sui social nei confronti dei profughi e dei migranti.

I “cristiani della sequela”, invece, come molti discepoli di Cristo di ogni tempo e di ogni luogo, sono consapevoli dei propri limiti, cadono costantemente nel cammino dietro al loro Signore, ma si rialzano e riprendono la strada della conversione, cercando di conformare ogni giorno le loro povere vite a quella di Gesù Cristo e alle esigenze poste dal Vangelo. La pacifica, ostinata resistenza di questi uomini e queste donne – semplici battezzati di ogni età e classe sociale, presbiteri, religiose, vescovi – tiene accesa, nonostante tutte le loro contraddizioni, la fiaccola del Vangelo in un paese che, come tale, ormai può essere definito “post cattolico”.

In questa faticosa ricerca di fedeltà quotidiana al Vangelo, molti cristiani sono ricondotti costantemente dal magistero in parole e azioni di papa Francesco all’essenziale del vissuto della loro fede: restare saldamente attaccati alle parole di Gesù, al suo operare e al suo narrare il volto misericordioso del Padre. In questo senso, di fronte alla degenerazione civile dell’Italia, il Vescovo di Roma – che pur incontra diffidenza se non ostilità da una parte degli stessi fedeli cattolici – è divenuto punto di riferimento e fonte di speranza anche per molti non credenti, uomini e donne “di buona volontà” che ostinatamente difendono la dignità di ogni essere umano.

 


 

1 “Che barbaro costume ci impedisce di scendere a terra e di fermarci sulla spiaggia? Perché farci guerra? Se avete in poco conto il genere umano e le armi degli uomini, temete almeno gli Dei che ricordano e giudicano il bene e il male”, Publio Virgilio Marone, Eneide, Libro I, 520-574.

2 “Vi lascerò partire sicuri, vi aiuterò con ogni mezzo, tanto che vogliate cercare la grande Esperia e le terre sacre a Saturno, quanto vogliate dirigervi ai lidi d’Erice, dal re Aceste. Se poi volete fermarvi nel mio regno, sappiate che questa nuova città è vostra: tirate a secco le navi, non farò nessuna differenza tra Punici e Troiani”, Ivi.

3Giovanni Sale, “Il Manifesto della Razza del 1938 e i cattolici” in La Civiltà cattolica, Quaderno 3793, Anno 2008, Vol. III, pp. 11-24. Su questo esauriente articolo mi baserò per il presente punto della trattazione.

4Ripreso nel primo numero di una pubblicazione periodica appositamente avviata: “La difesa della razza”, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2.

5Giovanni Sale, art. cit.

6 Regio Decreto – Legge 15 novembre 1938 - XVII, n. 1779, avente come titolo “Integrazione e coordinamento in unico testo delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola Italiana”.

7 Art. 1. A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica [...]

Art. 2. Delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti non possono far parte persone di razza ebraica.

Art. 3. Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica. È tuttavia consentita l'iscrizione degli alunni di razza ebraica che professino la religione cattolica nelle scuole elementari e medie dipendenti dalle Autorità ecclesiastiche.

8 Manconi Luigi, “Contro il luogo comune dell’uomo nero” in La Repubblica, 28 luglio 2019.

9 Ivi.

10Come si comporta la Chiesa di fronte alla crescita di ‘cristiani del campanile’ che, invocando i valori cristiani come identitari, smarriscono il messaggio evangelico e arrivano a osteggiare ogni forma di accoglienza dei migranti? Cosa fa la Chiesa per convertire questi ‘cristiani del campanile’ e renderli ‘cristiani del Vangelo’? Il fenomeno è preoccupante e la contestazione degli atteggiamenti caritatevoli della Chiesa verso i migranti dovrebbe interrogare i pastori di queste comunità cristiane che hanno potuto crescere fuori dall’egemonia del Vangelo”, Vita pastorale, giugno 2018.

giovedì 4 febbraio 2021

Cosa faresti se...

Dedico questo stupendo dialogo immaginario di Joan Baez
a tutte le donne e gli uomini di pace 
e a quelli che chiedono loro: "Dove siete? Cosa fareste se...?" 
 
 
 
 


Cosa faresti se?

di Joan Baez

Fred: Ok, quindi sei una pacifista. Cosa faresti se qualcuno stesse, diciamo, aggredendo tua nonna?
Joan: Aggredire la mia povera vecchia nonna?
Fred: Sì, sei in una stanza con tua nonna e c'è un tizio che sta per aggredirla e tu sei lì. Cosa faresti?
Joan: Urlerei "Tre urrà per la nonna!" e lascerei la stanza".
Fred: No, seriamente. Diciamo che lui ha una pistola e sta per spararle. Gli spareresti per prima?
Joan: Ho una pistola?
Fred: Sì.
Joan: No. Sono pacifista, non ho una pistola.
Fred: Beh, io dico di sì.
Joan: Va bene. Sono una buona tiratrice?
Fred: Sì.
Joan: Gli sparerei alla mano che tiene la pistola.
Fred: No, allora non sei una buona tiratrice.
Joan: Avrei paura di sparare. Potrei uccidere la nonna.


Fred: Dai, OK, guarda. Facciamo un altro esempio. Diciamo che stai guidando un camion. Sei su una strada stretta con uno strapiombo su un lato. C'è una bambina seduta in mezzo alla strada. Stai andando troppo veloce per fermarti. Cosa faresti?
Joan: Non lo so. Tu cosa faresti?
Fred: Lo sto chiedendo a te. Sei tu la pacifista.
Joan: Sì, lo so. Va bene, ho il controllo del camion?
Fred: Sì.
Joan: Che ne dici se suono il clacson così lei si toglie di mezzo?
Fred: È troppo piccola per camminare. E il clacson non funziona.
Joan: Sterzo alla sua sinistra, visto che non va da nessuna parte.
Fred: No, c'è stata una frana.
Joan: Bene, allora cercherei di guidare il camion nel precipizio e salvare la bambina.



Fred: Beh, diciamo che c'è qualcun altro nel camion con te. E poi?
Joan: Cosa c'entra la mia decisione con il mio essere pacifista?
Fred: Ci sono due di voi nel camion e solo una bambina.
Joan: Qualcuno una volta ha detto che se devi scegliere tra un male reale e un male ipotetico, prendi sempre quello reale.
Fred: Eh?
Joan: Ho detto, perché sei così ansioso di uccidere tutti i pacifisti?
Fred: Non lo sono. Voglio solo sapere cosa faresti se...
Joan: Se fossi in un camion con un amico e guidassi molto velocemente su una strada a una corsia che si avvicina a un'impasse pericolosa dove una bambina di dieci mesi è seduta in mezzo alla strada con una frana da un lato e uno strapiombo dall'altro.
Fred: Esatto.
Joan: Probabilmente schiaccerei i freni, mandando così il mio amico a fracassarsi contro il parabrezza, sbanderei nella frana, investirei la bambina, salterei giù nel precipizio e volerei verso la mia morte. Senza dubbio la casa della nonna si troverebbe in fondo al burrone e il camion si schianterebbe attraversandone il tetto ed esploderebbe nel salotto della nonna che finalmente viene aggredita per la prima, e ultima, volta.
Fred: Non hai risposto alla mia domanda. Stai solo cercando di uscirne...
Joan: In realtà sto cercando di dire un paio di cose. Una è che nessuno sa cosa farà in un momento di crisi e le domande ipotetiche ricevono risposte ipotetiche. Sto anche insinuando che hai reso impossibile per me uscire dalla situazione senza aver ucciso una o più persone. Poi dici: 'Il pacifismo è una bella idea, ma non funzionerà'. Ma non è questo che mi preoccupa.
Fred: Cosa ti dà fastidio?
Joan: Beh, potrebbe non piacerti perché non è ipotetico. È reale. E fa sembrare l'aggressione alla nonna una festa in giardino.
Fred: Che cos'è?
Joan: Sto pensando a come sottoporre le persone a un processo di addestramento in modo che scoprano i modi davvero buoni ed efficienti di uccidere. Niente di incidentale come camion e frane. Proprio il contrario, in realtà. Sai, come ringhiare e urlare, uccidere e strisciare e saltare dagli aerei. Roba davvero organizzata. Diavolo, devi essere in grado di trapassare la nonna con una baionetta.
Fred: Quella è una cosa completamente diversa.
Joan: Certo. E non vedi che è molto più difficile da guardare, perché è reale, e sta succedendo proprio ora? Guarda. Un generale infila uno spillo in una mappa. Una settimana dopo un gruppo di giovani ragazzi sta sudando in una giungla da qualche parte, sparandosi a vicenda, piangendo, pregando e perdendo il controllo del proprio intestino. Non ti sembra stupido?
Fred: Beh, stai parlando della guerra.
Joan: Sì, lo so. Non ti sembra stupido?
Fred: E invece cosa fai? Porgi l'altra guancia, suppongo.
Joan: No. Ama il tuo nemico ma affronta il suo male. Ama il tuo nemico. Non uccidere.
Fred: Sì, e guarda cosa gli è successo.
Joan: È cresciuto.
Fred: L'hanno appeso a una dannata croce, ecco cosa gli è successo. Non voglio essere appeso a una dannata croce.
Joan: Non lo farai.
Fred: Eh?
Joan: Dico che non puoi scegliere come morire. O quando. Puoi solo decidere come vivere. Ora.



mercoledì 6 gennaio 2021

Epifania di un cammino fatto insieme

In questa solennità dell'Epifania

riprendo la meditazione offerta alla mia Comunità il 6 gennaio 2018

 


Oggi celebriamo la manifestazione del Signore Gesù ai pagani, celebriamo il divenire luce di una faticosa ricerca condotta come a tentoni da coloro che sono i nostri padri. Noi, infatti, cristiani provenienti dalle genti, siamo discendenti di popoli saliti a Gerusalemme partendo dalle nostre terre, condotti dalla sapienza di Dio verso le Scritture da lui donate al suo popolo Israele, e poi da lì, da quell’alleanza di amore sigillata con quel popolo, illuminati fino a discernere in quel bambino figlio di ebrei poveri, il Messia atteso, destinato a regnare sull’universo e nei nostri cuori.

Ma i magi sono nostri padri anche per un altro motivo, ancora più importante oggi: il loro essere “un cuore solo e un’anima sola”. L’intero brano evangelico odierno ci parla di loro come di un solo corpo: la buona notizia per noi oggi è questa. Il vangelo non ci dice chi di loro ha visto per primo la stella – sappiamo bene che in ogni vicenda di sequela c’è un primo che si mette dietro al Signore – ci dice che insieme l’hanno seguita e insieme sono giunti a Gerusalemme per adorare il re dei giudei. Non sappiamo la natura di quella stella, sappiamo che è capace di indicare il cammino a una comunità di cercatori di Dio: per noi allora è segno nel cielo di quel “per ducatum Evangelii” che da sempre anima la nostra vita.

Il vangelo non ci dice nemmeno quanti fossero i magi – forse i tre che la tradizione ha fissato erano solo quelli alla partenza, quando hanno mosso i primi passi, senza sapere se altri li avrebbero seguiti – non ci dice quanti altri si sono aggiunti durante al cammino e a che punto di questo cammino; non ci dice chi li guidava – l’unico “igumeno” nominato nel brano evangelico è il discendente di David che pascerà il gregge di Dio, il buon pastore – né se c’è stata alternanza di capi-carovana; non ci dice le prove che certamente hanno attraversato, né chi ne ha portato il peso maggiore nelle varie stagioni e tappe. Il vangelo ci dice che la carovana è giunta insieme a Gerusalemme e insieme si è diretta fino a Betlemme.

Il vangelo ci parla anche del Divisore, sì, ma esterno, non interno, alla comunità dei magi: lo vediamo come leone ruggente che non solo cerca di divorare il bambino nato a Betlemme ma, prima ancora e proprio per fare questo, cerca di insinuare la divisione e il sospetto in questo gruppo di compagni di cammino di cui lui, il Divisore, non fa parte e a cui non si aggrega nemmeno per un istante.

Il vangelo ci dice anche che i magi se ne andarono via dal Divisore, ripresero la sequela della stella che continuava a precederli e che era tornata a brillare non appena essi si erano allontanati dal Divisore. Riapparizione della stella e gioia grande di vedere il bambino con sua madre sono un tutt’uno nel vangelo. E, anche qui, è insieme che i magi videro il bambino, è insieme che si prostrarono davanti a lui, insieme che lo adorarono, viaggiatori della prima ora e viaggiatori dell’ultima. Il vangelo non ci dice di chi di loro fossero i doni, né chi portò cosa in dono; ci dice che insieme aprirono gli scrigni del loro cuore e dal cuore e con il cuore offrirono l’oro, l’incenso e la mirra che erano doni di tutti, raccolti, abbelliti, incrementati dal loro aver camminato sempre insieme.

Il vangelo non ci dice chi di loro ebbe poi il sogno di non ritornare dal Divisore: forse l’hanno avuto insieme e nel cuore della notte si sono detti l’un l’altro “non ci ardeva forse il cuore nel petto” vedendo quel bambino con sua madre? Il vangelo ci dice, un’ultima volta, che è insieme che fecero anacoresi, che tornarono al loro paese, al luogo di tutti loro. L’altra via di cui parla il vangelo non è allora una via diversa dal “per ducatum evangelii” che come stella aveva guidato il cammino di quella povera comunità di cercatori. L’altra via non sconfessa il cammino percorso in tutto quel tempo. L’altra via è quella che non passa più dal Divisore, è la sola che può farci ritrovare il “nostro paese”, quello della comunione che il Signore ci ha chiamato a vivere e attraverso la quale ci condurrà alla vita piena.

Tutti insieme.



sabato 10 ottobre 2020

Memoria e ringraziamento

Sabato 10 ottobre, nello spazio antistante l'obitorio dell'Ospedale degli Infermi di Biella, si è svolta una cerimonia in ricordo di tutte le persone decedute durante la pandemia da Covid19: un'occasione per stare accanto ai loro familiari e amici e per ringraziare gli operatori della salute per lo straordinario impegno professionale e umano profuso in quei giorni. Si è voluto così riunire i lutti individuali in un momento comunitario, per mostrare che quelle persone e famiglie sono parte integrante dell'unica comunità civile. A me è stato affidato il saluto di congedo.


 

Le mie intendono essere parole non di conclusione
ma di apertura al futuro,
brevi, perché il futuro è sempre tutto da scrivere.
Oggi abbiamo fatto memoria di persone care che ci hanno lasciato senza che le potessimo abbracciare e senza che potessimo essere abbracciati da loro. 
Abbiamo voluto dire grazie a uomini e donne che si sono spesi nel prendersi cura gli altri.
Abbiamo vissuto un momento di commiato collettivo che non può certo sostituire il saluto intimo e personalissimo che ciascuno avrebbe voluto dare ai suoi cari, senza poterlo fare.
È quindi qualcosa di molto meno di quello che avremmo voluto vivere in questi mesi,
ma anche molto di più,
perché quello di oggi ha cercato di essere un saluto corale,
della cittadinanza tutta,
di esseri sociali pensanti e amanti, magari anche credenti,
di quella comunità civile che insieme formiamo.
Nel dolore e nella prova non siamo soli e non dobbiamo lasciare solo nessuno.
Avremo ancora molto bisogno di questa consapevolezza.
Siamo infatti entrati in un lungo cammino di prova e di cura:
qualunque prova e avversità possiamo incontrare, 
sta a noi percorrerlo animati dalla passione per la cura dell’altro.
Questo saluto finale, quindi, non conclude,
ma apre al futuro,
a quanto ci aspetta ora nel prenderci cura della debolezza e della fragilità della nostra umanità, di ciascuno di noi, della collettività nel suo insieme a cominciare dai più vulnerabili tra noi.
Vorremmo che questo luogo – l’obitorio, ora lugubre anche nel nome – potesse diventare un luogo permanente di memoria e di  ringraziamento, un luogo di consolazione, anche.
Magari riusciremo anche a trovargli un nome più adatto,
un nome capace di scaldare il cuore e non di raggelarlo,
un nome che evochi carezze e umanizzi la morte.
Intanto cercheremo di renderlo meno anonimo, più sereno, di abbellirlo con immagini, colori, qualche opera d’arte…
Ci prenderemo cura del verde con cui oggi lo abbiamo ornato,
delle piante che segneranno le stagioni.
Cercheremo di farlo interagire con i luoghi che – all’interno dell’ospedale – vogliono essere spazi di pace, silenzio, riflessione, preghiera:
la cappella, la stanza del silenzio…
Sarà un segno concreto, quotidiano della cura che ci prendiamo gli uni per gli altri.
Arrivederci e… continuiamo a contare gli uni sugli altri. Grazie

venerdì 17 aprile 2020

Under Care, not at War

Dopo che il mio post sulla metafora della cura anziché della guerra ha suscitato un certo interesse in Italia ed è stato persino tradotto in turco, ho pensato valesse la pena pubblicarlo anche in inglese.


We are under care, not at war
For a new metaphor for today

No, I will not resign myself. This is not a war, we are not at war.
Ever since the dominant narrative in Italy and in the world about the pandemic has assumed a war terminology — that is, immediately after the health situation in any given country changes drastically for the worse — I have been looking for a different metaphor to describe adequately what we are living and suffering and at the same time to offer elements of hope and of sense for the days ahead.
The recourse to the war metaphor has been pointed out and criticized by some commentators, but it has a fascination, an immediate reach and efficacy, so that it is not easy to stamp it out. With great interest I have read some contributions — not numerous, as far as I can see — that have appeared in the past days: the article of Daniele Cassandro (“We are at war! Coronavirus and its metaphors”) for Internazionale, the mini-inquiry of Vita.it on “The virulence of war vocabulary”, the entry by Gianluca Briguglia on his blog Il Post (“No, it’s not a war”), and the excellent work of Marino Sinibaldi on Radio 3, who has dedicated one episode of “Language hits” to this very theme and has also introduced a possible alternative metaphor: the “vocabulary of tenaciousness”. The dozens of artists, scholars, intellectuals, actors invited to choose and illustrate a significant word in this moment of history have furnished a valuable list that goes from “harmony” to “closeness”, but I cannot find there a term that might be a metaphor for the entire narrative of the reality that we are living.
Yet, as I said at the beginning, I didn’t resign myself: we are not at war!
On account of my own history, my formation, and my conditions of life, I know well the distinguishing ridge, that of the spiritual struggle and of a holy or just war, along which it is easy to lose one’s balance and fall into an interpretation of oneself, of one’s own life, and of the course of history according to a war template.
But then, if we are not at war, where are we? We are under care!

 Credit photo: Fabio Bucciarelli, NYT

Not only the sick, but our planet, all of us, are not at war, but are under care. And care includes — despite the physical distance that is asked of us at the present — every aspect of our existence, in this undetermined period of the pandemic as well as “after”, which, thanks to this very care, can begin already now, or rather, has already begun.
Now, both war and care have need of some attributes: strength (a different thing from violence), perspicacity, courage, resoluteness, also tenaciousness… But then they are sustained by very different nourishment. War has need of enemies, borders and trenches, arms and ammunition, spies, deception and lies, ruthlessness and money… Care, on the other hand, is nourished by other things: closeness, solidarity, compassion, humility, dignity, delicacy, tact, listening, authenticity, patience, perseverance…
For this reason, all of us can be real agents of this care of the other, of the planet, of ourselves with them — all, men and women of every or no belief, everyone according to his or her capacity, competence, inspiring principles, physical and psychological capabilities. Doctors in their studios and in hospitals, nurses, paramedical staff, virologists and scientists are agents of care… So are government and public functionaries, state servants, of the res publica and of the common good… So are the workers in essential services, psychologists, social assistants, persons engaged in voluntary associations… So are teachers and students, men and women of the arts and of culture… So are priests, bishops, and pastors, ministers of different cults, and catechists… So are parents and children, close friends and one’s neighbors… So are agents of care, and not only objects of care, the sick, the dying, the weak — precious and fragile goods “to be handled with care”: the poor, the homeless, the immigrants, those on the margins of society, those imprisoned, the victims of domestic violence and of wars…
An awareness of being in care, thus — and not at war — is a fundamental condition also for “after”. The future will be colored by what we have been capable of living during these most difficult days, it will be determined by our capacity of prevention and of care, beginning with care of the only planet at our disposal. If we are and will be able to be custodians of the earth, the earth itself will take care of us and will protect the indispensable condition for our life.
Wars end, even if they begin anew as soon as the necessary resources are found, but care, on the other hand, never ends. If in fact there exist diseases that (for now) can not be healed, there do not exist and never will exist persons to whom we can not offer care.
Indeed, we are not at war, we are under care! Let us take care of ourselves together.

Guido Dotti
March 29th, 2020



domenica 29 marzo 2020

Siamo in cura, non in guerra


Per una nuova metafora del nostro oggi

No, non mi rassegno. Questa non è una guerra, noi non siamo in guerra.

Da quando la narrazione predominante della situazione italiana e mondiale di fronte alla pandemia ha assunto la terminologia della guerra – cioè da subito dopo il precipitare della situazione sanitaria in un determinato paese – cerco una metafora diversa che renda giustizia di quanto stiamo vivendo e soffrendo e che offra elementi di speranza e sentieri di senso per i giorni che ci attendono.
Il ricorso alla metafora bellica è stato evidenziato e criticato da alcuni commentatori, ma ha un fascino, un’immediatezza e un’efficacia che non è facile debellare (appunto). Ho letto con estremo interesse alcuni dei contributi – non numerosi, mi pare – apparsi in questi giorni: l’articolo di Daniele Cassandro (“Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore”) per Internazionale, la mini-inchiesta di Vita.it su “La viralità del linguaggio bellico”, l’intervento di Gianluca Briguglia nel suo blog su Il Post (“No, non è una guerra”) e l’ottimo lavoro di Marino Sinibaldi su Radio 3 che ha dedicato una puntata de “La lingua batte” proprio a questo tema, introducendo anche una possibile metafora alternativa: il “lessico della tenacia”. Le decine di artisti, studiosi, intellettuali, attori invitati a scegliere e illustrare una parola significativa in questo momento storico hanno fornito un preziosissimo vocabolario che spazia da “armonia” a “vicinanza”, ma fatico a trovarvi un termine che possa fungere anche da metafora per l’insieme della narrazione della realtà che ci troviamo a vivere.

Eppure, come dicevo da subito, non mi rassegno: non siamo in guerra!

Per storia personale, formazione e condizione di vita, conosco bene un crinale discriminante, quello tra lotta spirituale e guerra santa o giusta, lungo il quale è facile perdere l’equilibrio e cadere in una lettura di se stessi, delle proprie vicende e del corso della storia secondo il paradigma della guerra.

Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!


Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia – nonostante la distanza fisica che ci è attualmente richiesta – ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel “dopo” che, proprio grazie alla cura, può già iniziare ora, anzi, è già iniziato.
Ora, sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), perspicacia, coraggio, risolutezza, tenacia anche… Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere e trincee, di armi e munizioni, di spie, inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza...
Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro. Tutti, uomini e donne di ogni o di nessun credo, ciascuno per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze fisiche e d’animo. Sono artefici di cura medici di base e ospedalieri, infermieri e personale paramedico, virologi e scienziati… Sono artefici di cura i governanti, gli amministratori pubblici, i servitori dello stato, della res publica e del bene comune… Sono artefici di cura i lavoratori e le lavoratrici nei servizi essenziali, gli psicologi, chi fa assistenza sociale, chi si impegna nelle organizzazioni di volontariato... Sono artefici di cura maestre e insegnanti, docenti e discenti, uomini e donne dell’arte e della cultura… Sono artefici di cura preti, vescovi e pastori, ministri dei vari culti e catechisti… Sono artefici di cura i genitori e i figli, gli amici del cuore e i vicini di casa… Sono artefici – e non solo oggetto – di cura i malati, i morenti, i più deboli, beni preziosi e fragili da “maneggiare con cura”, appunto: i poveri, i senza fissa dimora, gli immigrati e gli emarginati, i carcerati, le vittime delle violenze domestiche e delle guerre…
Per questo la consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.
Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.

Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!
Curiamoci insieme.