Leggere per vivere

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@oKolobos
Sono nato nel 1953 in una città del nordovest con più di 1.000.000 di abitanti.
Dal 1972 vivo in un paese di campagna, sempre del nordovest, con meno di 500 abitanti.
Celibe ma non single.
Lavoro nel campo editoriale e in quello delle relazioni umane.
Non possiedo la televisione e non guardo quella degli altri.
Mi piace fare quello che ho imparato in 1a elementare:
leggere, scrivere e far di conto.

sabato 23 settembre 2017

LO IUS DELLA PAIDEIA


È basco chi parla basco!”. Così anni fa il basco (di nazionalità francese) Gabriel Mouesca rispose alla mia domanda su chi è basco. Una risposta di semplicità e radicalità disarmanti, che mi è tornata alla mente leggendo oggi due articoli sullo ius soli temperato, o ius culturae che approvar si voglia.
Nel primo, intitolato “L’Italia salvi il proprio onore”, dopo aver evocato “l’antica tradizione romana”, Ginevra Bompiani scrive su il manifesto: “Appartiene alla nostra cultura riconoscersi nel diverso. Non farlo, sarebbe come per un editore rifiutare di tradurre testi stranieri”.
Nella rubrica che Umberto Galimberti tiene settimanalmente su D de la Repubblica, risponde a un lettore citando Isocrate (IV sec. a.C.): “Atene ha fatto sì che il nome di elleni designi non più una stirpe (ghénos), ma un modo di pensare (diánoia). Per cui siano chiamati elleni non quelli che hanno in comune con noi il sangue, ma quelli che hanno in comune con noi una paideia”.
Tre approcci convergenti nel definire l’identità di un popolo al di là di confini orografici e statali. Una lingua, infatti – e in particolar modo quella basca, estranea al ceppo indo-europeo e quindi assai difficile da apprendere da parte di chi non la sente parlare e la frequenta quotidianamente – è uno degli elementi culturali di base, che ciascuno di noi assimila da subito e indipendentemente dallo status giuridico della sua presenza in un determinato territorio. Come un basco è basco indipendentemente dal suo essere cittadino francese o spagnolo, nativo o immigrato, così le popolazioni delle varie regioni e stati che hanno formato l’Italia erano percepite e si percepivano “italiane” ben prima dell’unità d’Italia – perseguita anche per questo motivo – e prima di essere capaci di esprimersi correntemente in italiano e non in dialetto. È quindi l’educazione, la paideia, la cultura che, formandosi e arricchendosi in un determinato territorio, definisce progressivamente un’identità, in costante divenire.
E all’identità culturale italiana – anche nella sua estensione etica e di costumi – hanno da sempre contribuito e continuano a contribuire scrittori, filosofi e pensatori di ogni lingua, stirpe, etnia. Grazie all’antica e meravigliosa arte della traduzione – quella che rende alcune persone capaci di “dire quasi la stessa cosa” in un’altra lingua, secondo la felice espressione di Umberto Eco – sono oggi patrimonio degli italiani anche autori che “italiani” non sono mai stati: così, allo stesso titolo ritroviamo oggi nel nostro dna culturale Omero e Virgilio, Agostino e Gregorio Magno, Dante e Shakespeare, Erasmo e Machiavelli, Copernico e Galileo, Manzoni e Proust, Kant e Croce, Calvino ed Hemingway…
Possiamo allora dire, quasi venticinque secoli dopo Isocrate, che “il nome di italiano” designi una paideia comune, un modo di articolare e di comunicare il pensiero e le emozioni che condividiamo, al di là delle opinioni personali, con quanti intrecciano la loro esistenza quotidiana con la nostra e quella dei nostri figli? E possiamo fare in modo che questa “educazione” comune, questa cultura condivisa sia riconosciuta come fondante uno ius, un diritto che spetta a chiunque abbia avuto dalle vicende della vita il dono di poterla condividere?

lunedì 11 settembre 2017

GUERRA GIUSTA, PACEM IN TERRIS E SANTI PATRONI

             Sto ancora cercando di capacitarmi di come sia stato possibile che “Con decreto del 17 giugno 2017, la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, in virtù delle facoltà concesse da papa Francesco, ha dichiarato san Giovanni XXIII ‘Patrono presso Dio dell’Esercito italiano’”.
       Avete letto bene, l’autore della Pacem in terris che dichiara “alienum a ratione, [estraneo alla ragione, folle] che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”, il papa della Chiesa universale viene proclamato “patrono” di un esercito nazionale!
       E questa decisione sconvolgente è presa da un organismo della Chiesa cattolica, apostolica romana “in virtù delle facoltà concesse da papa Francesco”, il medesimo pontefice di cui leggiamo queste parole in un volume-intervista appena uscito in Francia: “Ancora oggi dobbiamo pensare con attenzione al concetto di ‘guerra giusta’. Abbiamo imparato in filosofia politica che per difendersi si può fare la guerra e considerarla giusta. Ma si può parlare di ‘guerra giusta’? O di ‘guerra di difesa’? In realtà la sola cosa giusta è la pace”. [L’intervistatore gli chiede:] “Vuole dire che non si può usare l’espressione ‘guerra giusta’?”. [E il papa risponde:] “Non mi piace usarla. Si dice: ‘Io faccio la guerra perché non ho altra possibilità per difendermi’. Ma nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace”.
            Ho cercato di capire le motivazioni evangeliche di una Bolla vaticana che “l’Ordinario militare per l’Italia, arcivescovo Santo Marcianò, consegnerà al Capo di Stato maggiore, generale Danilo Errico” e sono perciò andato a leggermi su L’Osservatore romano l’articolo che Ezio Bolis dedica alla notizia. Sono uscito frastornato dalla lettura: a parte la breve frase che annovera “il costante impegno [di papa Giovanni] in favore della pace” tra le motivazioni del decreto, tutto il resto dell’articolo fa riferimento a pensieri, parole e azioni non del “Vescovo di Roma che presiede nella carità”, bensì di don Angelo Roncalli durante gli anni della I guerra mondiale. Da essi emergono l’umanità del giovane prete bergamasco, la sua vicinanza alle immani sofferenze di tanti giovani, il suo ministero di compassione e di consolazione verso quei “cario giovani soldati”. Naturalmente negli scritti di quegli anni non si potrebbe pretendere di trovare frasi di condanna di una “inutile strage” da parte di un presbitero che ha come ministero l’assistenza spirituale e umana e persone che egli giustamente – e a differenza di molti suoi superiori – si rifiuta di considerare come “carne da macello”.
            Ma questo come può giustificare il “patronato” di un Pontefice proclamato santo su un esercito particolare, destinato per sua funzione intrinseca a combattere contro altri eserciti? È vero che da alcuni decenni si cerca di far passare l’idea che “il compito precipuo dell’esercito in uno stato democratico è difendere il bene prezioso della pace imponendo la forza della legge”, ma questa missione idilliaca mostra almeno due contraddizioni: da un lato “imporre la forza della legge” spetta alla polizia, non all’esercito, così come alla magistratura spetta inculcarne il rispetto; d’altro lato si tace sui mezzi con cui si pretende di “difendere il bene prezioso della pace”: armi da guerra sempre più sofisticate e distruttive, sempre più destinate a colpire civili e non militari, sempre più generatrici di “effetti collaterali” devastanti.
      Certo, molte popolazioni in Italia e all’estero provate da disastri naturali hanno conosciuto e conoscono il preziosissimo contributo dell’esercito nell’alleviare le loro sofferenze, ma questo è offerto da uomini disarmati, operanti sovente a mani nude e mai grazie a portaerei, caccia bombardieri, missili e cannoni... Un’occhiata al bilancio delle nostre Forze armate e ai suoi capitoli di spesa sarebbe molto indicativo per comprendere le priorità del nostro esercito, come del resto di tutti gli eserciti, anche di quelli che non hanno come patrono san Giovanni XXIII.
          Credo che san Giovanni XXIII – papa Giovanni, come ama ancora chiamarlo la mia generazione – sarebbe stato molto più adatto a essere proclamato patrono degli operatori di pace di tutte le nazioni. Comunque, per volontà di Dio, questi ultimi, uomini e donne oscuri testimoni della speranza hanno non tanto per “patrono”, ma per Signore e Maestro Gesù stesso che ha proclamato: “Beati gli operatori di pace!”. Con buona “pace” dell’esercito italiano.




domenica 3 settembre 2017

MONACI E CINEMA

             Nel post precedente ho citato la pellicola Des hommes et des dieux di Xavier Beauvois – Grand Prix du Jury al Festival di Cannes del 2010 – che narra la vicenda dei monaci di Tibhirine. La sua uscita nelle sale francesi e poi di tutta Europa incontrò un successo di pubblico che molti accostarono a quello conosciuto cinque anni prima dal documentario Die grosse Stille (Il grande silenzio) del regista tedesco Philip Gröning. Successo che, in entrambi i casi, fu particolarmente significativo se calcolato non sul numero totale degli spettatori, ma sul rapporto tra numero di pellicole distribuite (e quindi di sale dove vennero proiettati) e spettatori paganti.
         Entrambi presentano uno squarcio di vita monastica, l’esistenza quotidiana di un esiguo gruppo di monaci che vivono in una più o meno radicale clausura rispetto al mondo circostante. Gröning lo fa con un accuratissimo lavoro documentario: ottenuto il permesso – diversi anni dopo averlo richiesto – di filmare la vita all’interno della Grande Chartreuse sopra Grenoble, ci presenta soprattutto un aspetto della vita dei certosini: il silenzio che, nel documentario, come del resto nell’esistenza quotidiana…, non è colmato nemmeno da una colonna sonora. Il regista ha documentato il silenzio cghe ha saputo e potuto “ascoltare”, cogliere, penetrare.



      Beauvois, invece, ha ricostruito un evento storico con estrema accuratezza e immedesimazione. Come ambientazione ha scelto un monastero in Marocco, abbandonato da anni; ha preteso che ogni attore trascorresse un tempo in un monastero trappista e incontrasse i parenti del monaco che avrebbe interpretato sullo schermo; ha voluto che nelle scene delle liturgie in cappella fossero gli stessi attori a cantare salmi e inni… Ma il film resta una fiction: nessun accenno esplicito è fatto all’Algeria (e i militari indossano le uniformi dell’esercito marocchino), alcuni episodi vengono rielaborati, rinunciando perfino a particolari storici di sicuro effetto, i dialoghi sono sovente lasciati all’improvvisazione degli attori, le condizioni atmosferiche del set offrono soluzioni non programmate (come l’improvvisa nevicata che fa riscrivere le scene del rapimento e della marcia forzata finale.





              Eppure, da monaco, devo confessare che ho trovato il film su Tibhirine più “reale” del documentario della Certosa. L’ottimo lavoro di Gröning, infatti, mi è parso più una parabola sul silenzio e le sue valenze che non uno spaccato di vita monastica. In questo senso il titolo mi sembra estremamente calzante: si racconta il silenzio, la sua dimensione avvolgente, la sua grandezza misteriosa e non – o non in primo piano – la vita dei monaci che in quel silenzio conducono la loro esistenza. Beauvois, invece, ha messo sulla scena una quotidianità in cui qualunque monaco – ma anche molti frequentatori di monasteri – può rispecchiarsi. Una quotidianità più forte e più eloquente della stessa eccezionalità della vicenda dei monaci-martiri di Tibhirine: quella quotidianità che sola spiega come questi uomini normalissimi e diversissimi tra loro abbiamo potuto insieme maturare con grande naturalezza una decisione che tutto è stata tranne che ordinaria.



giovedì 31 agosto 2017

TITOLI E TRADUZIONI/3 Uomini di Dio

Uomini di Dio

La vicenda dei 7 monaci di Tibhirine, rapiti nel marzo 1996 dal loro monastero e di cui vennero ritrovate dopo oltre un mese le teste, è uno degli eventi che mi ha maggiormente segnato come uomo, come cristiano e come monaco.
Ho tradotto e curato tre edizioni successive di una raccolta di loro scritti, il cui titolo italiano – Più forti dell’odio (Piemme 1997, poi Qiqajon 2006 e 2010) – si è decisamente staccato dall’originale francese Sept vies pour Dieu et l’Algérie (Bayard/Centurion 1996) per aiutare il lettore italiano, per il quale è meno significativo evocare l’Algeria, ad andare al cuore del messaggio di quei monaci.
Proprio per questo lavoro editoriale, sono stato contattato dai distributori italiani del film – Lucky Red – ispirato a quella vicenda per approntare una scheda di presentazione e proporre un possibile titolo italiano, al posto dell’originale Des hommes et des dieux, letteralmente Uomini e dèi. La scelta, che ebbe l’approvazione del regista Xavier Beauvois, è caduta su Uomini di Dio ed è stata criticata, anche fortemente, da alcuni recensori italiani. L’accusa era di aver fatto scomparire il doppio plurale, “uomini” e dèi” che, a detta dei critici, avrebbe indicato cristiani e musulmani da un lato e Dio di Gesù Cristo e Allah dall’altro.
In realtà nemmeno in francese l’intenzione del regista era quella. Nei titoli di testa del film, infatti, scorre il versetto di un Salmo: “Io [Dio] ho detto: Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo, ma certo morirete come tutti gli uomini, cadrete come tutti i potenti” (Sal 82,6). Si voleva cioè indicare la grandezza e la caducità di ogni essere uomo, che ha in sé la potenzialità di elevarsi ad altezze sublimi, ma anche la fragilità della propria mortalità.
Uomini di Dio, allora, si riferisce sia ai monaci che ai loro amici e vicini musulmani, capaci di custodire la dignità umana anche al cuore della barbarie che attraversava l’Algeria in quegli anni. E l’unico Dio cui rimanda il titolo italiano è quello verso il quale si indirizzano tutti i credenti in Lui, cristiani o musulmani che siano, ciascuno innalzando – per usare l’immagine cara a fr. Christian de Chergé, il priore di Tibhirine – uno dei due montanti di una scala tenuta insieme dai pioli della preghiera, dell’elemosina, del digiuno, dell’affidamento fiducioso al Dio misericordioso.







domenica 27 agosto 2017

TITOLI E TRADUZIONI/2

Questo post è dedicato a Nanni Svampa che ieri "si è assentato".
Ora me lo immagino sorridente mentre, accompagnandolo al cimitero, qualche amico canterà due delle sue canzoni con le quali ha magnificamente trasposto (o reinventato?) il genio di George Brassens in dialetto milanese. La prima, naturalmente è El Testament, ironico congedo dalla vita che, in realtà, è un inno alla vita stessa. L’altra è Poer Martìn, che narra la grande sensibilità di un “becamort”, un “addetto alle sepolture”, capace di molta più umanità di tanti di quelli che lo disprezzano.

Certo, Svampa va ricordato anche come l’anima de I Gufi, il complesso che in una brevissima stagione ha saputo dar voce a decenni di lotte per la pace e la giustizia. Personalmente posso dire che il loro Non maledire era diventata la canzone simbolo del collettivo di obiettori di coscienza con i quali ho prestato servizio civile quarant’anni fa.

Ma, quanto alla sua attività di traduttore e reinterprete di Brassens, Nanni Svampa ha avuto la capacità di farne apprezzare i testi come se fossero “nativi” in milanese, come per esempio la celeberrima Al mercaa de Porta Romana. Sì, quando c’è di mezzo un artista delle parole, tradurre non è tradire, ma far vivere altrove la realtà cantata.

Mi viene in mente un altro magnifico traduttore, Marcello Marchesi, che seppe ridare ai soldati romani della saga di Asterix, voce, accento e cadenze originali dei “romani de Roma”, a partire dall’elementare traduzione de “Ils sont fous ces Romains” che ridava all’esclamazione dei Galli l’acrostico latino S.P.Q.R., scherzosamente reso con “Sono Pazzi Questi Romani”.

Quanto a Svampa, e per restare ai titoli, vorrei ricordare la Chanson pour l’Auvergnat: nella Francia di Brassens i lavori più umili (come quello del “ferrivecchi”) erano svolti da persone provenienti dalla povera regione dell’Auvergne. Così l’Auvergnat nella Milano di Svampa diventa El Rotamatt, che per inciso non ha nulla a che fare con lo sprezzante “rottamatore”: il primo raccoglie e si prende cura degli scarti, il secondo li genera.




sabato 26 agosto 2017

TITOLI E TRADUZIONI/1
Occupandomi tra le altre cose delle Edizioni Qiqajon e di traduzioni (anche per altri editori), mi capita a volte di dover suggerire il titolo di qualche opera, originale o tradotta. Generalmente il titolo di un libro non è deciso dall’autore, bensì dall’editore, anche se quasi sempre si giunge a un risultato concordato. Quando un’opera viene poi tradotta in un’altra lingua, il dilemma ricomincia, perché sensibilità, giochi di parole, termini evocativi sono ovviamente diversi nelle varie lingue.

Trovo allora geniale, per esempio, la soluzione adottata da Ada Vigliani (traduttrice) e Sellerio (editore) per la versione italiana del bellissimo libro di Jenny Erpenbeck, il cui titolo originale tedesco era Gehen, ging, gegangen, cioè il paradigma del verbo “andare”. Come fare in italiano a tradurre le tre forme verbali, visto che nella nostra lingua il paradigma dei verbi è scomparso? Semplice (dopo che qualcun altro c’è arrivato!): usando il riferimento lessicale più vicino e con il quale gli italiani hanno dimestichezza. Ecco allora Voci del verbo andare, che si è aggiudicato il Premio Strega Europeo di quest’anno. Chi avrebbe potuto trovare di meglio?


martedì 22 agosto 2017

Sogni incrociati

SOGNI INCROCIATI
E STORIE CHE CRESCONO ASSIEME A CHI LE NARRA

Vi è una novella delle Mille e una notte che da secoli continua a essere narrata, rielaborata, reinterpretata e a stimolare la fantasia di narratori di ogni lingua e tradizione culturale. È quella della Notte 351 o dei due sogni.
Jorge Luis Borges la fa sua nel Libro dei sogni (1976) con il titolo, Storia dei due che sognarono. Questa versione ispirerà anche la trama de L’Alchimista (1988) di Paulo Coelho. Più recentemente Roberto Vecchioni inserirà il racconto di Borges, riscrivendolo, in La vita che si ama. Storie di felicità (2016).
Ma io resto affezionato alla versione “chassidica” che Martin Buber ha fatto rivivere ne Il cammino dell’uomo (1990).
Riporto a seguire, per un affascinante confronto, il testo di Borges e quello di Buber con l’inizio del suo denso commento.



Storia di due che sognarono

Raccontano uomini degni di fede che al Cairo c’era un uomo che possedeva grandi ricchezze, ma era così magnanimo e liberale che le perse tutte esclusa la casa di suo padre, vedendosi così costretto a lavorare per guadagnarsi il pane.
Lavorò così tanto che una notte il sonno lo colse ai piedi di un fico nel suo giardino e in sogno gli comparve un uomo fradicio che estrasse dalla bocca una moneta d’oro e gli disse: “La tua fortuna risiede in Persia, a Isfaján; vai a cercarla”. Al mattino seguente si svegliò e intraprese il lungo viaggio, affrontò i pericoli del deserto, delle navi, dei pirati, degli idolatri, dei fiumi, delle bestie e degli uomini.
Arrivò infine a Isfaján, e in questo territorio lo sorprese la notte, così si stese a dormire nel cortile di una moschea. C’era, vicino alla moschea, una casa, e per del Dio Onnipotente una banda di ladri attraversò la moschea e vi si introdusse. Le persone che dormivano si svegliarono con il frastuono dei ladri e chiesero aiuto. Anche i vicini urlarono, finché il capo delle guardie di quel distretto accorse con i suoi uomini e i banditi fuggirono dal tetto.
Il capo fece controllare la moschea e trovandovi l’uomo del Cairo lo fece frustare con canne di bambù, talmente tanto che quasi morì. Si svegliò dopo due giorni in carcere. Il capo lo mandò a cercare e gli disse: “Chi sei e qual è la tua patria?” L’altro dichiarò: “ Sono della famosa città del Cairo e il mio nome è Mohamed El Magrebí”. Il capitano gli chiese: “Cosa ti ha condotto in Persia?” Egli optò per la verità e disse: “Un uomo mi ha ordinato in sogno di venire a Isfaján, dicendomi che lì ci sarebbe stata la mia fortuna. Ora sono a Isfaján e vedo che la fortuna che mi fu promessa dev’essere la fustigazione che mi hai tanto generosamente dato.”
Davanti a simili parole, il capitano rise fino a mostrare i denti del giudizio e terminò dicendogli: “Uomo sciocco e credulone, tre volte ho sognato una casa nella città del Cairo, al cui fondo c’è un giardino, e nel giardino una meridiana e dopo la meridiana un fico e dopo quello una fonte, e sotto a questa un tesoro. Non ho dato il minor credito a tale bugia. Tu, invece, figlio di una mula e del demonio, sei andato errando di città in città, sotto la sola fede del tuo sogno. Che non ti veda più a Isfaján. Prendi queste monete e vattene.”
L’uomo le prese e ritornò nella sua patria. Sotto la fonte del suo giardino (che era quella del sogno del capitano) dissotterrò il tesoro. Così Allah lo benedisse e lo ricompensò.
Jorge Luis Borges (traduzione di Chiara Franchini)


Là dove ci si trova
Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”. “Ricordati bene di questa storia - aggiungeva allora Rabbi Bunam - e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”.

Anche questa è una storia molto antica, presente in numerose letterature popolari, ma la bocca chassidica la racconta in un modo veramente nuovo. Non è stata semplicemente trapiantata dall’esterno nel mondo ebraico: è stata completamente rifusa dalla melodia chassidica nella quale viene raccontata; ma neanche questo è ancora decisivo: l’elemento realmente decisivo è che la storia è divenuta trasparente e ora emana la luce di una verità chassidica. Non le è stata incollata una “morale”, al contrario, il saggio che l’ha raccontata nuovamente ne ha finalmente scoperto e rivelato il significato autentico.
C’è una cosa che si può trovare in un unico luogo al mondo, è un grande tesoro, lo si può chiamare il compimento dell’esistenza. E il luogo in cui si trova questo tesoro è il luogo in cui ci si trova.
Martin Buber (traduzione di Gianfranco Bonola)

Riprendo dopo ben 7 anni e in punta di piedi a postare su questo blog.



Nel frattempo ho aperto un profilo Twitter:
https://twitter.com/oKolobos
che invece alimento con maggiore regolarità.

Altro social, più ristretto, dove rendo disponibili i (rari) testi e articoli che pubblico è quello di Academia
https://independent.academia.edu/GuidoDotti
che però uso soprattutto per tenermi io aggiornato su argomenti di mio interesse attraverso pubblicazioni di saggi nelle varie lingue.

Inoltre, dalla sua creazione oltre un anno fa, lavoro alla redazione della Finestra ecumenica presente sul sito di Bose
http://www.monasterodibose.it/comunita/finestra-ecumenica
e alla relativa newsletter mensile.
Anche il profilo Twitter delle Edizioni Qiqajon
https://twitter.com/EdizioniQiqajon
vede ogni tanto dei miei contributi

Restano invece praticamente in stand-by (com'era fino a oggi questo blog) il mio profilo Linkedin:
https://www.linkedin.com/in/guidodottibose/
e quello - collegato di default a questo blog- su Google+:
https://plus.google.com/u/0/+GuidoDotti

Ieri ho mutato il design di questo blog, usando il template con scaffali di libri.
Ho inoltre aggiunto in modo permanente il link alla mia libreria Anobii:
http://www.anobii.com/guydotti/profile#books_library
che pure ho ripreso ad aggiornare in modo un po' meno sporadico.

D'ora innanzi vorrei trattare qui, occasionalmente, alcuni argomenti che mi stanno a cuore attraverso riflessioni legate a idee estemporanee, a ricerche in rete, conversazioni a tavola con amici ecc.

Confido che toni e contenuti dei vostri eventuali commenti siano sempre tali da essere accolti con gratitudine.